Menu di navigazione

 
Gianolo, il pittore del sacro

E’ l’artista valtellinese di maggior fortuna al di fuori della Valtellina, ancor più dei Ligari sia per ampiezza territoriale (Milano, Crema, Varesotto, Novarese) che per prestigio della committenza (Duomo e Sant’Alessandro a Milano). E anche se elementi e stile collegano Giacomo Paravicini, detto il Gianolo, al maestro Pietro Ligari, i destini e le fortune sono diverse. Gianolo è vissuto e morto a Milano e ha avuto fortuna professionale in un circuito geografico ampio, molto più ristretta è stata la fortuna di Pietro Ligari che, dopo un non fortunato soggiorno milanese, è tornato a risiedere in Valtellina. Simili culturalmente, dunque, ma molto diversi sul piano della vita e della fortuna professionale.

Potrebbe partire da questo raffronto – tutto locale – il profilo del pittore nato a Caspano di Civo nel 1660 (morto a Milano nel 1729) che, nel corso dell’estate, è stato celebrato dalla Società Storica Valtellinese e dal Comune di Civo, con una serie di iniziative volte a riscoprire i maestosi dipinti dell’artista nelle chiese valtellinesi, a 350 anni dalla sua nascita. Un calendario che ha offerto al pubblico di appassionati ed esperti di conoscere il ricco patrimonio valtellinese attribuito al Gianolo costituito da opere nella collegiata S. Giovanni Battista a Morbegno in particolare nella cappella di S. Giuseppe e nella cappella della Madonna del Carmine. Sue opere si trovano nella chiesa di S. Alessandro a Traona, nella chiesa della Visitazione a Campovico, in alcune chiese a Ponte in Valtellina, Chiuro e Poggirenti dove la produzione di Giacomo “convive” con quella del nipote Alessandro Paravicini. “Last but not least”, direbbero i moderni, la chiesa di San Bartolomeo a Caspano, il tempio per eccellenza del Gianolo, da cui discende la famiglia dei Paravicini. E nel curato borgo di Caspano proprio quest’estate è stata dedicata al pittore la piazza della chiesa.

Il catalogo

La programmazione è proseguita con il convegno ospitato a S. Bartolomeo a Caspano dove la SSV ha annunciato – aspetto importante - la pubblicazione di un catalogo delle opere fondamentali per dare uno strumento conoscitivo a visitatori e studiosi. Gianolo non è mai stato oggetto di studi specifici (eccetto un breve saggio dell’ormai lontano 1964), tant’è vero che non esiste nemmeno un elenco esauriente delle sue opere: viene trattato soltanto in riferimento a qualche sua opera particolare.

«Le opere sono sparse in diversi posti della Valtellina – spiega la presidente della Società Storica Valtellinese, Augusta Corbellini -, in chiese difficilmente visibili sia perché sono spesso chiuse, ma i parroci le aprirebbero anche volentieri, sia perché in posizioni poco leggibili. Pubblicando le fotografie daremo agli studiosi il materiale per poter lavorare. In molti casi si tratta anche di grandi teleri, ovvero tele di grandi dimensioni, non correttamente illuminate, quindi è più opportuno per poter fare degli studi, anche comparativi, avere a disposizione le immagini. Il nostro intento è quello di proporre questo primo ciclo di studi attraverso gli atti, che hanno visto coinvolte per la parte valtellinese e non solo Simonetta Coppa della Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico di Milano, Marina Dell’Olmo già della Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico del Piemonte e Licia Carubelli storica dell’arte». «Partendo da questo primo affondo su tutto il territorio dove Gianolo ha lavorato e dalle immagini – prosegue Corbellini -, vorremmo aprire un periodo, più o meno lungo e più o meno fortunato, di studi e ricerche su questo pittore. Dopo i Ligari, i Paravicini (sia Giacomo sia il nipote Alessandro) sono stati l’altra famiglia di pittori fecondi e produttivi della Valtellina. Dunque il convegno a Caspano è stato un momento conclusivo, tutt’altro. Ci sarà  a breve un momento non gestito direttamente da noi con il ritorno a Sondrio di due tele del Gianolo attualmente in restauro a Milano e finalmente nel primo trimestre dell’anno prossimo l’uscita del catalogo».

La critica

Il Gianolo è stato uno dei massimi artisti valtellinesi che ha avuto un ruolo importante nella storia dell’arte lombardo-piemontese fra Sei e Settecento. Tenendo conto delle recenti scoperte e dei restauri effettuati (in corso e in programma) e vista la mancanza di studi recenti sulla sua figura, la SSV ha pensato di promuovere una serie di iniziative in proposito, dal punto di vista sia scientifico che divulgativo, che interessino tutte le località valtellinesi che custodiscono sue opere. Le iniziative proposte hanno innanzitutto lo scopo di impostare criticamente lo studio del Gianolo, inserito nell’ambiente artistico lombardo del suo tempo, partendo da un’elaborazione dello status quaestionis e fornendo elementi essenziali per il proseguimento degli studi, come un catalogo fotografico ragionato completo della sua opera, per riguardare anche la biografia, la committenza, l’eredità artistica del nipote Alessandro, fino a toccare problemi relativi al restauro. Ad esempio il convento di S. Francesco a Trecate, la cappella del Carmine a Morbegno per iniziativa dellInner Wheel di Colico, teleri della collegiata di Sondrio per iniziativa della Fondazione Credito Valtellinese».

Gianolo e l’ambiente artistico

Gianolo è l’artista valtellinese che più di ogni altro presenta un organico inserimento nell’ambiente artistico, per lo meno a livello regionale, del proprio tempo: l’età di passaggio tra l’austero barocco secentesco e il più arioso barocchetto settecentesco. È, infatti, membro dell’Accademia di S. Luca, fondata dall’amico Giorgio Bonola, a cui aderiscono i più importanti pittori milanesi del tempo; partecipa alla decorazione pittorica della chiesa milanese di S. Alessandro, in quello che viene definito «il principale cantiere tardobarocco della città» (S. Coppa), assieme ai più grandi pittori milanesi come Filippo Abbiati, Pietro Maggi e Andrea Lanzani. Degli ultimi due esistono opere anche in Valtellina, a fianco di opere del Gianolo (come si è evidenziato, per il Lanzani, nelle recenti iniziative promosse dal Credito Valtellinese riguardanti gli artisti Ligari). Si rivela come un artista dedito pressoché esclusivamente alla pittura di soggetto religioso, in grado di illuminare circa i caratteri dell’arte sacra a fini devozionali in età controriformistica, di cui appare come fedele interprete.

Gianolo e le fonti

«Se Fracesco Saverio Quadrio ci dà un elenco piuttosto attendibile dell’opera del Gianolo, non fornisce informazioni però di ordine critico – ha spiegato Simonetta Coppa in occasione del convegno tenutosi a Caspano -; più interessanti i testi del Giovio che nel 1784 nel suo repertorio di uomini illustri, scrive: «Si crede scolaro di Carlo Maratta e le pitture di lui furono vendute come di Maratta». L’espressione di Giovio che doveva conoscere l’opera del pittore è ripresa quasi testualmente dalla biografia che di Giovio ci dà il letterato svizzero Johann Heinrich Fussli, il quale scriveva: «Gianolo è ritenuto scolaro di Maratta, perché l’ha imitato in modo egregio, in modo che molti suoi dipinti vengono ritenuti di Maratta». Fussli dà notizia, inoltre, di alcuni dipinti che il pittore avrebbe eseguito per una famiglia nobile di Delebio. Gianolo lavora molto con Giorgio Bonola e con il Legnanino, modello di riferimento e tramite con Maratta, che il Legnanino aveva studiato da vicino a Roma. Il dipinto dell’Immacolata in bozzetto del Gianolo a Caspano è la copia piccola di una Immacolata del Legnanino. Carlo Antonio Pestalozza, ricco mercante, è committente diretto di Gianolo per un telere a Milano che viene ad aggiungersi ai teleri con storia e vita di San Carlo commissionati per la beatificazione e santificazione di Carlo Borromeo. I teleri hanno un rilancio proprio in questo periodo: quello che raffigura il concorso di popolo alle spoglie di San Carlo sarebbe stato eseguito a due mani da Gionolo e Bonola. Infine Camillo Bassi attribuisce a Cesare Ligari alcune opere del Gianolo. Di Gianolo si è interessato anche Arslan primario di storia dell’arte, storico dell’arte dei più versatili, che scrisse “Il concetto di luminismo e la pittura barocco veneta”. Il primo incontro con il pittore valtellinese avviene nel 1969 in occasione della pubblicazione di un libro sulla pittura del Duomo di Milano e in quel libro viene illustrato un dipinto di Gianolo.

La tecnica pittorica

Il restauro da poco concluso alla cappella della Madonna del Carmine di Morbegno, ad opera di Ornella Sterlocchi, ha consentito un’osservazione sulla tecnica di esecuzione pittorica del Gianolo, ovvero la pittura bianco di calce. A partire dal Seicento si passa difatti dalla tecnica ad affresco che limitava a più rigidi aspetti decorativi al bianco a calce dell’età barocca. C’erano l’esigenza di lavorare con dettagli in grandi scenografiche e l’esigenza di maggiore creatività. «La volta è stata realizzata su un’unica stesura di intonaco – ha illustrato Sterlocchi -. Il disegno veniva tracciato direttamente sull’intonaco e lo si vedeva nelle linee rosse che si evidenziano nelle abrasioni. In questa tecnica pittorica lo stemperare il pigmento nella calce fa sì che il colore abbia una stabilità. Le corposità plastiche e pittoriche sono molto simili a quelle dell’olio su tela, con pennellate corpose, lumeggiature rese dalla sovrapposizione di pennellate bianche o di sottili ombreggiature. Dalla corposità intensa di certi dettagli si passa a parti più trasparenti e acquerellate con velature leggere. L’utilizzo di terra d’ombra e terre rosse gli serviva per dare il contrasto. La tavolozza utilizzata da Gianolo era molto ricca e vivace».

 

BIOGRAFIA

Giacomo Paravicini (1660-1729) divise la sua attività fra Milano e la Valtellina, con puntate in area novarese, cremasca e varesina. La prima opera sicura del Gianolo è il Ritratto del prevosto di Caspano Giovan Battisto Francesco Parravicino Sabino, datato 1685, cui fanno seguito importanti lavori per la collegiata di S. Bartolomeo a Caspano. Nei medesimi anni si possono collocare gli affreschi e le tele delle cappelle di S. Maria del Carmine e di S. Giuseppe nella collegiata di S. Giovanni Battista a Morbegno e la pala di S. Martino e il povero nella chiesa eponima di Morbegno. In seguito Gianolo lavora a due tele per la confraternita del Santissimo Sacramento nel Duomo di Milano, nel 1695 inizia ad affrescare, insieme al Bonola, l’arcone della chiesa di S. Alessandro a Milano. Nel 1698 è attivo con il nipote Alessandro nella parrocchiale di santi Giacomo e Andrea a Chiuro. E’ probabile che cadano nel medesimo periodo anche altre opere per la chiesa di S. Carlo o della Madonna della Neve di Chiuro. Probabilmente nel 1701 esegue l’Immacolata col Bambino dell’oratorio di Caspano. Segue una fase nel Varesino dove attua l’impresa pittorica più impegnativa sulla cupola del santuario di Santa Maria della Croce a Crema. Del 1708 è la Madonna del Rosario con S. Domenico nel presbiterio della parrocchiale di Campovico di Morbegno, del 1712-14 sono i teleri della Predica e del Martirio di S. Bartolomeo nel presbiterio della collegiata di Caspano. A questa stagione di compiuta maturità stilistica si possono far risalire le decorazione su tela e ad affresco del coro della collegiata di S. Alessandro a Traona e le affreschi e le tele del presbiterio della chiesa gesuitica di S. Ignazio a Ponte. L’ultima opera conosciuta è la pala della Madonna del suffragio nella seconda cappella di destra della chiesa dei santi Giacomo e Andrea di Chiuro.



di Clara Castoldi

Traona volta presbiterio
Chiesa di Caspano
Ritorna alla pagina precedente
Abriga.it nasce come portale della cultura, delle tradizioni, delle bellezze paesaggistiche del territorio di Aprica.
Nelle pagine si potrà trovare tutto ciò che ha attinenza con la nostra storia, ma anche con l'attualità.
Pagina creata in: 0.004 sec
Tutto il materiale in questo sito è © 2004-2020 di Abriga.it C.F. 92022100140 Informativa legale

All rights reserved