Menu di navigazione

 
Il castello Bellaguarda

Può essere preso da esempio il lavoro condotto sul castello di Bellaguarda di Tovo Sant’Agata. Esempio di come architettura, storia e arte vadano a braccetto e di come anche chi si occupa di queste discipline debba confrontarsi per un risultato ottimale. A Tovo così è successo per il recupero del castello che, prima del 2006, si trovava nella stessa condizione in cui lo storico  Saverio Quadrio, a metà Settecento, lo aveva trovato: «ridotto a nient’altro che a nido di allocchi ed altri augelli». Ebbene parliamo di un intervento architettonico e storico svolto contemporaneamente e parallelamente. Storici e tecnici si sono confronti fra loro per arrivare a risultati coerenti: Il libro “Il castello dei Venosta di Bellaguarda” e la ristrutturazione del castello hanno camminato insieme. E l’esito è da vedere: a Tovo alzando lo sguardo verso la montagna dove domina in tutta la sua bellezza il castello, nel volume che l’associazione culturale Bellaguarda ha da poco edito.

Qual è il significato di questo nuovo prodotto editoriale?

«Innanzitutto va detto che questo è il quarto volume della serie – spiega Adelaide Marino dell’associazione culturale Bellaguarda e vicesindaco di Tovo -. Il libro “Nell’antica Pieve di Mazzo” è stato edito dall’associazione culturale Bellaguarda, il secondo “L’Oratorio e il Santuario. Il “recinto sacro" di Tovo” che ha le stesse caratteristiche editoriali e parla della chiesetta di Tovo è stato edito dal Comune in collaborazione con l’associazione, mentre “Il salone degli stemmi di palazzo Lavizzari” e “Il castello dei Venosta di Bellaguarda” sono editi del nostro sodalizio. Il desiderio è quello di realizzare una collana con una veste grafica uguale (fatto eccetto per il primo che conteneva anche una cartina) che si tenderà a mantenere nel tempo. Ci auguriamo che il volume sul castello non sia l’ultimo. Siamo partiti, infatti, con uno studio sull’antica pieve di Mazzo che prendeva in considerazione tutti i comuni all’interno del circuito, da Sondalo fino a Sernio. All’interno del libro ci si muoveva a volo di uccello, per usare un’espressione di Francesca Bormetti, mettendo in risalto le caratteristiche storico e artistiche dei comuni. Poi ci siamo concentrati su Tovo e il castello, dal momento che la nostra associazione è nata proprio per valorizzare questo bene, abbiamo parlato di Mazzo e di palazzo Lavizzari. L’idea è di proseguire con altrettanti studi sulle altre località, muovendoci in collaborazione con gli altri Comuni stante la loro disponibilità a farlo, per valorizzare l’intero territorio dell’antica pieve».

Come dicevamo l’intervento sul castello e la stesura del libro sono andati di pari passo, non è vero?

«Il castello era scomparso dalla vista e dalla coscienza storica. Esso era nascosto della vegetazione sia all’esterno sia all’interno, di conseguenza molta gente dei paesi vicini non sapeva neppure che esistesse un castello a Tovo o lo confondeva con la torre di Pedenale di Mazzo. L’intervento è stato attuato dunque su più livelli: il recupero dal punto di vista paesaggistico liberando la struttura dalla vegetazione, il recupero dal punto di vista architettonico con il consolidamento delle strutture e il recupero storico compiendo nuove ricerche e nuovi studi. Abbiamo preso come punto di partenza quello che don Egidio Pedrotti aveva scritto nel 1933 ne “I Venosta castellani di Bellaguarda” e ci siamo avvalsi di ulteriori strumenti di indagine per arrivare a capire qualcosa in più».

E a cosa si è arrivati?

«Si è arrivati ad un volume ricco, ma che non abbiamo la superbia di definire completo sotto tutti i punti di vista, un volume che contiene solide basi per ulteriori studi. Il castello è inserito in un determinato contesto umano e dal momento che ultimamente si sta scoprendo valore della toponomastica abbiamo voluto che aprisse il libro don Remo Bracchi, il cui contributo (“Sorvolo toponomastico su Tovo”) costituisce un primo, prezioso affondo nella toponomastica locale che tanto svela anche della storia più antica del borgo e del suo territorio. Il saggio di Guido Scaramellini (“Il castello di Bellaguarda nella storia”) fornisce le coordinate storiche necessarie per inquadrare il castello nell’ambito del sistema fortificato dei Venosta nell’area dell’antica pieve e nel Bormiese. L’autore analizza inoltre quanto scritto a suo tempo da don Pedrotti, aggiungendo informazioni tratte da inediti documenti reperiti all’Archivio di Stato di Sondrio».

Ed ecco che nel terzo intervento su come nasce e si evolve una fortificazione medievale è emersa una curiosità a livello archeologico…

«Sì, l’archeologo Dario Gallina ha compiuto un’analisi stratigrafica del castello. Si pensava, fino all’ipotesi avanzata da Gallina, che il castello fosse frutto di interventi che ne avrebbero modificato la struttura nel corso dei decenni, per non dire dei secoli. Per cui si partiva da una struttura antica, a mano a mano che ne mutavano utilizzo e destinazione il castello si allargava. Per Gallina il castello, nell’intenzione di quelli che l’avevo “progettato”, doveva essere tale fin dall’inizio invece. Quando don Egidio Pedrotti nel 1928 si fece promotore dell’acquisto del castello da parte della famiglia degli Antonietti di Monza, vennero fatti interventi di restauro e modifiche della struttura. Noi l’abbiamo mantenuto così come ci è arrivato dal ’28».

Com’è proseguita la “costruzione” del libro?

«E’ seguito l’intervento di Dario Foppoli, Stefania Guiducci e Marzio Mercandelli, progettisti e direttori dei lavori, cui è spettato il compito di descrivere le complesse operazioni di restauro effettuate sul castello: dalle indagini preliminari, ai lavori di consolidamento e di sistemazione dell’area. Poi ci siamo detti che all’interno del castello vivevano tante famiglie, ecco che Francesco Palazzo Trivelli ha revisionato e completato, alla luce di una accuratissima ricerca d’archivio, l’albero genealogico della famiglia dei Venosta di Bellaguarda, che costruì e abitò il castello. Tenendo conto del ruolo di primissimo piano svolto in Alta Valtellina dalla potente famiglia dei Venosta di Matsch, la revisione dell’albero genealogico del ramo dei Bellaguarda si pone come primo tassello di un più ampio e auspicabile lavoro sulla famiglia. Marco Foppoli illustra, infine, il percorso che ha portato alla creazione dell’emblema ufficiale del Comune di Tovo, elaborato prendendo spunto proprio dalla presenza del castello. Il volume è illustrato da un ricco apparato iconografico. In parte si tratta di fotografie scattate prima e durante i lavori di restauro dai progettisti e più in generale da addetti coinvolti a vario titolo sul cantiere. La maggior parte delle immagini sono però frutto di una campagna fotografica appositamente realizzata da Federico Pollini».  

Il volume contribuisce alla conoscenza del castello, acquisito dal Comune nel 2005 e in seguito restaurato con un costo di oltre un milione di euro. E ora cosa succederà?

«Bisognerà studiarne una destinazione idonea e dignitosa. Non vogliamo che il castello rimanga una cattedrale nel deserto, un monumento fine a se stesso. Il nostro intento è quello di farlo diventare un centro di aggregazione e socializzazione, ma non come un centro polifunzionale. Fintanto che non si arriverà a studiare la destinazione definitiva, vogliamo organizzare avvenimenti annuali, un appuntamento fisso ogni anno ed eventi come mostre, concerti, esposizioni. Delle potenzialità del castello ci siamo accorti il 27 settembre scorso quando c’è stata un’affluenza inaspettata della gente del luogo all’inaugurazione. Per noi è stato un successo strepitoso, abbiamo restituito qualcosa al paese che se l’è fatta subito nuovamente sua. La giornata ci ha dimostrato che dobbiamo continuare su questa strada».

Nel frattempo quali interventi restano da fare?

«Ci sono parti che devono essere scavate, ad esempio la zona vicino alla torre necessita di scavi archeologici, ma tutto è da stabilire in relazione agli usi che si vorranno fare del castello. Se volessimo promuovere delle mostre permanenti, giusto a titolo esemplificativo, perché allora non prevedere dei moduli che calati all’interno del castello, come hanno detto gli architetti, non vadano ad appoggiarsi ai muri? E’ nostra intenzione valutare attentamente, e preciso attentamente, le possibile destinazioni d’uso cercando di non snaturare il luogo e di mantenergli la sua dignità. Non deve diventare un baraccone dove fare di tutto e di più. Per questo ci sono altri luoghi e non è necessario arrampicarsi a mezza montagna». 

Un problema resta la viabilità per raggiungerlo.

«Dovremo studiare un percorso che renda maggiormente accessibile il castello senza determinarne un sovraffollamento. Attualmente ci sono il sentiero da percorrere a piedi e una strada asfaltata ma molto ripida, adatta solo ai mezzi fuori strada.  Si potrebbe riprendere un vecchio progetto di qualche anno fa – finanziamenti permettendo - che prevede una strada che si stacchi da quella del Mortirolo e che, passando dalla torre di Pedenale, arrivi in maniera pianeggiante al castello. Si creerebbe così un percorso storico, senza considerare che siamo sulla strada del Mortirolo dove d’estate c’è molto passaggio. In ogni caso è da studiare l’inserimento del castello in un circuito più vasto che possa toccare singole chiese e palazzi che sono nella zona dell’antica pieve».

 

 

La storia del castello

Il medioevale castello di Bellaguarda sorge poco sopra il paese di Tovo di Sant’Agata, sulla sommità di un crinale posto tra le valli Maurìna e Campascio. A partire dalla torre, la struttura si sviluppa a ventaglio su tre balze, sfruttando la conformazione naturale del terreno. Internamente la complessa articolazione in vani, ancora in parte intuibile, documenta un prolungato utilizzo anche a fini residenziali. Edificato dai Venosta nel XIII secolo, subì danni nel 1487 da parte delle soldatesche dei Grigioni e fu in seguito abitato anche da altre famiglie, tra cui i Crotti. Nel 1755 il castello era ormai abbandonato. Nel 1928 il Comune di Tovo cedette i ruderi a  Battista Antonietti di Monza. Quest’ultimo, sollecitato da don Egidio Pedrotti che fu parroco di Tovo dal 1913 al 1963 e che del castello si interessò e scrisse intraprese una meritoria azione di recupero dei ruderi, condotta però secondo i criteri allora vigenti, che non si preoccupavano di rendere distinguibili le parti ricostruite da quelle originali: difficile perciò dire quanto vi sia di originale nella cortina muraria più a valle, contraddistinta da merli, e nel corpo di guardia, che sono le parti del castello sulle quali si concentrarono i lavori. Il castello fu a quel tempo liberato dalla vegetazione che lo soffocava, ma nei decenni successivi piante arbusti e licheni si insinuarono nuovamente nella struttura e tutt’intorno, e il castello cadde nuovamente nell’oblio. I ruderi passarono nuovamente di proprietà, per poi venir infine acquistati, nel 2005, dall’amministrazione comunale di Tovo di Sant’Agata che, fermamente intenzionata a recuperare questo importante tassello di storia, ha avviato una intensa attività di ricerca fondi che ha consentito, per gradi successivi, di approdare al pieno recupero della struttura. I lavori sono stati autorizzati e seguiti dalle Soprintendenze competenti: da Fulvio Besana della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Milano e da Valeria Mariotti della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, per quanto concerne le operazioni di scavo condotte solo in alcune aree del castello. Sono stati incaricati della progettazione e della direzione lavori. Dario Foppoli, Stefania Guiducci e Marzio Mercandelli. Determinante è stato il contributo della fondazione Cariplo che, nell’ambito del progetto “Circuito dell’antica pieve di Mazzo”, ha ritenuto di affiancare gli enti locali e sostenere il pieno recupero del castello, non solo per scongiurarne la perdita – il degrado delle strutture era davvero avanzato – ma anche e soprattutto per porre il castello al centro di un sistema culturale più ampio, quello del territorio dell’antica pieve di Mazzo, costellato da un patrimonio d’arte diffuso e percorso da piste ciclabili e sentieri che si snodano tra frutteti e castagneti, in un contesto paesaggistico di grande fascino.   



di Clara Castoldi

La vista sulla Valtellina dal castello Bellaguarda
La torre
Ritorna alla pagina precedente
Abriga.it nasce come portale della cultura, delle tradizioni, delle bellezze paesaggistiche del territorio di Aprica.
Nelle pagine si potrà trovare tutto ciò che ha attinenza con la nostra storia, ma anche con l'attualità.
Pagina creata in: 0.003 sec
Tutto il materiale in questo sito è © 2004-2020 di Abriga.it C.F. 92022100140 Informativa legale

All rights reserved