Menu di navigazione

 
La luna del Manzoni
e altre storie di grano saraceno

Che Alessandro Manzoni nel suo romanzo “Promessi Sposi” si sia a lungo soffermato sulla farina di grano saraceno tutti ne hanno un ricordo radicato (forse in qualcuno più sfocato), ma che lo scrittore di fiabe come “La sirenetta” o “Il brutto anatroccolo”, Hans Christian Andersen, abbia dedicato una fiaba al grano saraceno, per di più come exemplum d’arroganza, forse pochi lo sanno.
La ricerca è quella condotta dallo scrittore e direttore della Fiera del Libro di Torino, Ernesto Ferrero, oltre che amico dell’Accademia del Pizzocchero di Teglio, per la quale ha scritto un libretto di poco più di 40 pagine dedicato proprio alla farina principe della cucina tellina e ingrediente base di quel pizzocchero tanto studiato e valorizzato dall’Accademia.
“La luna del Manzoni e altre storie di grano saraceno” (edito da Nodo Libri) è il titolo dell’omaggio che il sodalizio tellino, guidato da Rezio Donchi, ha voluto donare agli associati.
Ad ora sono 500 le copie numerate del volumetto, ma non è detto che si possa pensare anche ad una pubblicazione per consentire ai più di leggere le pagine scritte da Ferrero accompagnate da tre delicate tavole del pittore Enrico Della Torre (l’acquerello “Formentin”, acquerello e collage “Una piccola luna in un gran cerchio di vapore.
Il pane, la polenta e la luna” e l’acquerello “La luna, in un canto, pallida”).
Il cadeau inizia con una parte introduttiva sull’etimo del termine “saraceno” (dal greco sarakenòs, ovvero orientale) e sulla provenienza stessa dell’esile pianta dalla ramatura delicata, oltre che del “pizzocchero” (secondo Johannes Kramer dal grigionese pizokel cioè gnocco di farina e dal malenco pizzòcher, cioè sciocco).
Ferrero entra poi nel vivo del suo racconto citando la fiaba del danese Andersen che contrappone l’umile salice al campo di grano saraceno che resta «dritto e pieno di superbia» all’arrivo dell’angelo della tempesta.
Anche il vecchio salice invita il grano saraceno e non guardare il fulmine che si stacca dalla nuvola attraverso il quale si può vedere Dio.
La pianta grida, invece, di voler proprio vedere nel cielo di Dio.
Il proposito blasfemo, antidogmatico e antiautoritario verrà punito.
«Dove e come il timorato Andersen – riflette Ferrero - abbia potuto ravvisare in un campo di grano saraceno, di cui peraltro ben descrive la grazia, un atteggiamento d’arroganza e d’insubordinazione tale da risultare esemplare, resta un mistero».
Passando all’uso alimentare del grano saraceno – attestato in Valtellina già nel Trecento – tocca al poligrafo Ortensio Lando, a metà Cinquecento, attribuire ad una certa Merluzza comasca l’invenzione dei “pinzocheri”, creativamente arricchiti di cacio, burro e verdure.
Restando sempre sul lago di Como, ma sul ramo di Lecco ecco le pagine dei “Promessi Sposi”, in cui il pane compare come elemento di base, che spesso fa da pranzo e da cena.
Ricordiamo il noto assalto ai forni, in cui Renzo finisce coinvolto e riesce a raccattare tre pani caduti a terra.
Con pane e brodo viene ristorata Luca liberata dall’Innominato.
E poi c’è la polenta, il piatto della famiglia, della solidarietà e della condivisione.
«La smilza polenta taragna, insufficiente all’appetito di giovani e vecchi, strappa a Manzoni un moto di tenerezza – scrive Ferrero -.
E a lei concede un’immagine poetica, nitida come una puntasecca: una piccola luna, in un gran cerchio di vapori… La luna di cui Manzoni fa dono alla piccola taragna, e a noi, è anche un omaggio a un’intera civiltà, alla sua umanità, alla sua integrità, al suo saper accordare le ragioni del quotidiano a un senso della vita e della storia che tutto comprende e trascende».
Ecco il testo integrale del libro.

Di quanti usi impropri ma creativi, e alla fine altamente significanti, si compiace una lingua, quasi il suo genio amasse il travestimento e la contaminazione?
Il grano saraceno non è un grano, ma una poligonacea, e non viene dal Medio Oriente, non balza fuori, armato di tutto punto, dal mondo islamico.
A evocare l’ombra del saraceno è il colore grigio-nero dei semi, brillante, quasi lucido, e la farina che se ne ricava.
Il colore dei Mori, i nemici di sempre: i Turchi battuti a Lepanto e minacciosi sin sotto le mura di Vienna, gli arabi di Spagna, gli equipaggi barbareschi attivi sulle coste italiane ancora ai primi dell’Ottocento.
Indecifrabili nella loro maschera di mogano, inquietanti nella loro radicale diversità di lingua e costumi, ma anche portatori di una segreta attrazione, quella stessa che riguarda tutto quello che è pericoloso e forse letale.
“Saraceno” è il greco sarakenós, a sua volta foggiato sull’arabo sarqi, che significa “orientale”.
Con quella parola l’arabo pensa qualcuno che sta ad oriente di se stesso.
Inteso appunto nel senso di “orientale”, quel “saraceno” genericamente esotico e fin pittoresco finisce per risultare esatto, perché quella pianta esile, dalle ramature delicate in sospetto di fragilità, come un adolescente incerto della sua stessa crescita, con quelle sue foglie leggere all’aria mitemente sitibonda, viene dal favoloso oriente di Marco Polo, dalle pianure dell’Asia centrale, dalla Siberia, dalla Mongolia.
Cresciuta nelle vicinanze della Grande Muraglia, non ha niente di corrusco, di guerriero.
Al contrario, ha l’abito quasi dimesso dell’infestante che cerca di non farsi notare.
Eppure dentro quell’abito di modestia virtuosa nasconde semi che danno una farina vigorosa, nutriente, adatta alle fatiche, agli strapazzi del viaggio, alla guerra, al freddo, agli inverni.
Giunge dal nord ma non ama il freddo, è costretta ad accelerare la propria crescita nelle poche settimane del sole estivo.
Arrivata a cavallo con le orde dei conquistatori, sembra offrire ai popoli dei vinti un risarcimento e una speranza, il patto di una convivenza non più segnata dalla violenza.
Come se anche l’ulivo fosse giunto dalle steppe, non meno pacificatore, non meno caro agli dèi, e agli uomini.
All’ipotesi che il Polygonum Fagopirum giunga dagli spazi sconfinati dell’Asia concorre anche la linguistica.
Nelle parole stanno racchiusi interi mondi, millenni di storia; le etimologie sono affascinanti come romanzi storici in miniatura.
Nel suo monumentale Vocabolario milanese-italiano, meraviglioso ritratto di un’intera civiltà, quello stesso che Alessandro Manzoni teneva sul tavolo di lavoro, Francesco Cherubini spiega la voce frajna, “che alcuni dicono anche Formenton negher o Formentin”, con Erba leprina, Grano di Tartaria, Grano saraceno o saracenico.
Certo, il gentile formentin sembra più adatto a una pianta che non si distingue per possanza muscolare, e al contrario preferisce dei delicati ramages déco.
Cherubini aggiunge che la voce ha anche una valenza figurata e scherzosa, per “celia, burla”.
Dunque dar la frajna significa “dar la berta”, motteggiare.
L’erba leprina, invece, sembra entrarci poco, se non per la comune appartenenza alla famiglia delle poligonacee, perché è il convolvolo, lui sì infestante per davvero, usato in erboristeria per la sua azione blandamente lassativa.
Ma la Tartaria ci illumina e ci conferma.
Meno preciso, l’antico tedesco chiamava la frajna Heidencorn, il grano dei pagani, con una semplificazione spregiativa di carattere vagamente controriformista.
Di una provenienza nordica parlerebbe anche la parola pizzocchero, che peraltro il Cherubini non registra, anche se vi troviamo un pizzighiroeu o pizzigott, impastapane, in cui è fissato il gesto di chi deve togliere ai panetti appena impastati le eccedenze di peso, per riversarle sui panetti più gracili.
Sull’etimo, sembra convincente l’ipotesi avanzata da Johannes Kramer che ha reperito lungo l’arco alpino, da Coira a Sondrio, dunque in zona romanza, nei Grigioni, un pizokel, poi italianizzato in pizocher, che significa propriamente “gnocco di farina”; e al figurato, in Valmalenco, “sciocco, babbeo” (pizzòcher).
Nel lungo dominio grigionese, durato dal 1512 alla prima campagna d’Italia di Napoleone, i pizzoccheri non avevano forma di tagliatella, ma di tocchetti che si staccavano con un coltello di legno.
A trasformare poi il pizokel grigionese in pizzocchero potrebbe aver concorso la vicinanza scherzosa di pinzochero, cioè l’appartenente al movimento trecentesco dei terziari francescani che rifiutava l’obbedienza all’autorità ecclesiastica; e per estensione “bigotto, bacchettone”.
L‘austero colore grigio-marrone del saio dei pinzocheri può evocare quello di una polenta taragna.
C’è chi osserva che quell’esperienza centro-italica è molto lontana, geograficamente e culturalmente, dalle Alpi Retiche; ma sappiamo di quale straordinaria mobilità siano capaci le parole: quasi quanto quella del grano saraceno attraverso le steppe dell’Asia e i monti dell’Europa.
Per i russi invece il grano saraceno è la grechka, “la greca”, anche usata come pianta medicinale, da cui le api ricavano un forte miele aromatico.
Con la sua farina si preparano i blinis, le crespelle cugine dei nostri sciàtt, e polente in chicchi che sono, con i blinis, tra i piatti più amati dai russi: da condire con burro, salsa di funghi, fegatini di pollo o, nelle grandi occasioni festive, con il maialino di latte.
La grechka ci porta verso sud, al mar Nero e di lì al Mediterraneo.
Pare che sin dalla metà del Duecento intraprendenti mercanti genovesi imbarcassero nel porto di Tana, l’odierna Taganrog, vicina a Rostov, la patria di Čechov, grano saraceno, frumento, pesce salato, caviale.
Non diversamente i veneziani importavano dalla sovrastante regione del Don frumenti, pesci d’acqua dolce, cera.
Chi troviamo a Taganrog intorno al 1830?
Un giovane nizzardo, Giuseppe Garibaldi.
Poco portato agli studi, ha cominciato a navigare all’età di quindici anni, e acquisito in breve una notevole esperienza nautica.
Fa spesso rotta per il Mar Nero, ed è in quella città, che ancor oggi lo ricorda con affetto, che ha notizia da un giovane patriota italiano di passaggio dell’esistenza della Giovane Italia.
Deciso a incontrare Mazzini, si reca a Marsiglia verso la fine del 1833, e si affilia con il nome di battaglia di Giovanni Borel.
L’anno dopo partecipa a un tentativo insurrezionale, poi fallito.
Condannato a morte, deve riparare in Francia.
Mi piace pensare che i sogni libertari del giovane Garibaldi abbiano viaggiato per mare a bordo della sua “Clorinda” con partite di grano saraceno destinate all’Italia.

Che la coltura del grano saraceno fosse largamente diffusa in Europa lo dimostra anche la sua sorprendente comparsa nelle Fiabe di Hans Christian Andersen.
Contrariamente ai fratelli Grimm, che avevano messo per iscritto il ricco (e spesso truculento) patrimonio del folclore tedesco, il danese Andersen inventava del suo, con una grazia un po’ ambigua, e con intenti d’ammaestramento edificante.
Nel racconto intitolato Il grano saraceno Andersen fa fare al Poligonum Fagopyrum la parte del villain, del reprobo che alla fine della storia è sanzionato dal meritato castigo.
Vi si narra di un salice “molto grande e onorevole, ma ormai vecchio e grinzoso”, che aveva una fenditura nel mezzo, in cui crescevano erbe e cespugli di more.
Il salice è piegato in avanti e i rami chini verso terra sembrano “lunghi capelli verdi”.
Nei campi intorno crescono virtuosamente grano, segala, orzo e avena, “sì, proprio la bella avena che quando è matura sembra una folla di piccoli canarini dorati appoggiati sul ramo”, scrive liricamente l’autore.
Tutte piante rispettose e timorate di Dio, come il frumento, che quando è maturo si piega verso terra in atteggiamento reverente e di “devota umiltà”.
Lì accanto c’è anche un campo di grano saraceno che resta ”diritto e pieno di superbia.
‘Io sono ricco come la spiga del grano’, diceva, ‘ma sono molto più bello, i miei fiori sono più graziosi, profumo come i fiori del melo, è un piacere guardarmi, conosci qualcuno più bello di me, vecchio salice?’”.
Viene il brutto tempo, i fiori del campo chiudono i loro petali e chinano “le graziose testoline, mentre la tempesta passava sopra di loro; il grano saraceno invece se ne stava diritto nella sua superbia”.
Invano gli altri fiori gli consigliano di piegare la testa come fanno loro.
Sta per arrivare l’angelo della tempesta, che ha “grandi ali che vanno dalle nuvole del cielo alla terra, e ti colpirà prima ancora che tu possa chiedergli di risparmiarti!”.
Anche il vecchio salice invita il grano saraceno a non guardare il fulmine che si stacca dalla nuvola.
“Neppure gli uomini osano guardare, perché attraverso il fulmine si può vedere nel cielo di Dio, ma tale vista rende ciechi gli uomini; che cosa succederebbe quindi a noi, piante di terra, se osassimo guardare, noi che siamo molto inferiori?”.
Il grano saraceno non si sente affatto inferiore, e “pieno di superbia e arroganza” grida di voler proprio vedere nel cielo di Dio.
Proposito blasfemo, antidogmatico e antiautoritario, atto d’insubordinazione, violazione d’un rigido sistema gerarchico, tale da comportare la punizione della folgore divina: “sembrò che tutto il mondo fosse una sola fiamma di fuoco”.
Il campo è incenerito, ridotto a “inutile erba morta”.
Il vecchio salice ci piange sopra una lacrima, e ai passerotti che gli chiedono il perché di tanta mestizia, proprio quando il sole è tornato a splendere e l’aria pur canta le lodi del Signore, racconta dell’arroganza del grano saraceno e della “punizione che non manca mai”.
Dove e come il timorato Andersen abbia potuto ravvisare in un campo di grano saraceno, di cui peraltro ben descrive la grazia, un atteggiamento d’arroganza e d’insubordinazione tale da risultare esemplare, resta un mistero.
In Valtellina l’uso alimentare del grano saraceno è attestato già nel Trecento, insieme a miglio, orzo e panìco.
Tocca al poligrafo Ortensio Lando, a metà del Cinquecento, inventare un vero e proprio mito di fondazione.
Lando è uno di quei personaggi pittoreschi, multiversati e ingegnosi, simpaticamente sbruffoni, un po’ divulgatori e un po’ ganassa, di cui abbonda il secolo.
Nato a Milano da famiglia piacentina, si laurea in medicina nella dotta Bologna, come tanti altri letterati, viaggia per l’Italia e l’Europa, prima di approdare definitivamente a Venezia, che è diventata un polo editoriale di primaria importanza europea.
Lì traduce e annota i classici, compila antologie, si distingue per un notevole senso del marketing, e approda al successo con i suoi Paradossi, critica semiseria dei falsi valori, di quella che oggi chiameremmo l’inautenticità, sulla scorta di esempi classici e fatti desunti da una pungente osservazione della vita quotidiana, sul modello del sommo Erasmo.
Nel 1550, “al segno del Pozzo” di Andrea Arrivabene, che sarebbe l’editore, Lando pubblica un Commentario delle più notabili & mostruose cose d’Italia & altri luoghi, in cui fornisce anche un breve catalogo “de gli inventori de le cose che si mangiano & si bevono”.
Tra costoro c’è una certa Meluzza comasca, certo un’esperta di fornelli, non si sa di quale condizione sociale.
Ancora si discute se per comasche si possano intendere le terre di Valtellina, al di là del lago, dove all’epoca propriamente si estendeva il dominio dei Grigioni.
Alla Meluzza è attribuita l’invenzione di certe lasagne e dei “pinzocheri”, creativamente arricchiti di cacio, burro e verdure.
Dell’attendibilità storiografica di Lando è lecito dubitare, anche se è accertato che sia stato ospite dei Besta nel palazzo di Teglio e avesse cari amici a Tirano.
Certo non si poneva problemi di filologia gastronomica e di corrette attribuzioni, ma il piatto che tanto deve averlo impressionato ha finito per fargli inventare un personaggio che riassume nella sua persona una pratica collettiva e secolare.
Se restiamo su quel lago, e anzi passiamo sul ramo “che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti”, sulla riva che fa capo a Lecco, troviamo la più bella pagina che sia stata dedicata alla farina di grano saraceno, e una delle più belle del gran romanzo.
Si mangia poco, e parcamente, nei Promessi Sposi.
Il pane vi compare come elemento di base, fondativo, che spesso fa da pranzo e cena.
Non è soltanto una figura simbolica, che il Cristianesimo ha caricato di speciali significati.
In quel terribile 1629, l’anno del passaggio dei lanzichenecchi e della peste, in un più generale contesto di crisi economica, la rarità di pane e farina è all’origine delle rumorose polemiche contro gli accaparratori e i fornai birbanti e speculatori.
Vi si abbandonano con voluttà non solo il popolino ignorante, ma anche i distinti signori ospiti della cena di don Rodrigo, che anticipano di qualche secolo la diffusa inclinazione nazionale a credere nei complotti e nelle dietrologie, e vorrebbero impiccare qualche fornaio incettatore per dar l’esempio.
La penuria dettata dalla carestia sfocia, come sappiamo, nei moti milanesi, con l’assedio alla casa del Vicario di provvisione poi salvato da Ferrer, e con l’assalto ai forni, in cui Renzo finisce coinvolto.
Buon per lui che riesca a raccattare tre pani caduti a terra, perché sfuggiti alla rapacità di una famigliola che aveva partecipato al saccheggio.
I pani gli risulteranno preziosi durante la fuga che, passato l’Adda, si conclude presso il cugino Bortolo nei territori della Repubblica di Venezia.
Ed è il pane dell’umiltà che chiede per sé, come unico dono, fra’ Cristoforo quando si reca a ottenere il perdono dei famigliari del nobiluomo che ha ucciso in duello, e sta per intraprendere da cappuccino neofita il viaggio verso il convento che l’ospiterà.
Con pane e brodo viene ristorata Lucia quando, liberata dall’Innominato, trova rifugio nella casa ospitale del sarto, il quale è così contento dell’improvvisa celebrità che riverbera sulla sua casa, da mettere nel calderone nientemeno che un “buon cappone”, cibo riservato alla celebrazione delle solennità.
Non dice invece il Manzoni quali cibi l’Innominato abbia offerto a Lucia arrivata al castello, per il tramite della vecchia governante incaricata di accudirla, e rifiutati dalla prigioniera; ma non v’era la necessità narrativa di specificarli.
Nella prima stesura del romanzo, conosciuta come Fermo e Lucia, durante la cena che don Rodrigo offre ai suoi commensali si cita come una speciale prelibatezza “un gran piatto piramidale di marroni arrostiti”, quasi una variante del Mont-Blanc, senza panna, e innaffiato da un vino che, scrive il Manzoni, in Lombardia si chiama “della chiavetta”, e cioè, pare di intendere, di una riserva speciale custodita personalmente dal padrone di casa.
Il piatto di marroni deve essere una sorta di lapsus freudiano, quasi la confessione di una personale ghiottoneria, perché scompare dalla riscrittura del 1825-27, la Ventisettana appunto, e dall’edizione definitiva del 1840-42.
Sono invece restate le lodi del vino cantate dai commensali nel mezzo dei loro sproloqui sulla carestia.
Le lodi, annota argutamente Manzoni, “venivano, com’era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica: sicché le parole che s’udivan più sonore e frequenti erano: ambrosia e impiccarli”.
È la polenta il piatto della famiglia, della solidarietà, della condivisione.
Quando Renzo, dopo la peste, riesce finalmente a tornare al paese, e si inoltra smarrito nella casa devastata dai lanzichenecchi, trova un vecchio amico che gli improvvisa una cena di ben tornato.
Mette l’acqua sul fuoco, va a prendere un secchiello di latte, un po’ di carne secca, un paio di raveggioli, teneri latticini fatti con gli scarti della lavorazione del siero, fichi e pesche.
“E, dopo un’assenza di forse due anni, si trovarono a un tratto molto più amici di quello che avesser mai saputo d’essere nel tempo che si vedevano quasi ogni giorno”.
È invece una vera taragna la polenta che compare magicamente nel capitolo VI del romanzo.
Dopo che don Abbondio ha rinviato la celebrazione del matrimonio con scuse pretestuose, ed è fallita la missione di Renzo presso il dottor Azzecca-garbugli.
Agnese, che l’ha “sentito dire da gente che sa”, propone ai due promessi un blitz-imboscata nella stessa casa di don Abbondio: “L’uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito.
Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell’e fatto, sacrosanto come l’avesse fatto il papa”.
Renzo deve dunque inventarsi dei testimoni.
Leggiamo questa pagina mirabile:

…Le tribolazioni aguzzano l’ingegno: e
Renzo il quale, nel sentiero retto e piano di
vita percorso da lui fin allora, non s’era mai
trovato nell’occasione d’assottigliar molto il
suo, ne aveva, in questo caso, immaginata
una, da far onore a un giureconsulto. Andò,
addirittura, secondo che aveva disegnato,
alla casetta d’un certo Tonio, ch’era lì poco
distante; e lo trovò in cucina che, con un ginocchio
sullo scalino del focolare, e tenendo,
con una mano, l’orlo d’un paiolo, messo sulle
ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo,
una piccola polenta bigia, di gran saraceno.
La madre, un fratello, la moglie di Tonio,
erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti
accanto al babbo, stavano aspettando, con gli
occhi fissi al paiolo, che venisse il momento
di scodellare. Ma non c’era quell’allegria
che la vista del desinare suol pur dare a chi
se l’è meritato con la fatica. La mole della
polenta era in ragion dell’annata, e non del
numero e della buona voglia de’ commensali:
e ognun d’essi, fissando, con uno sguardo
bieco d’amor rabbioso, la vivanda comune,
pareva pensare alla porzione d’appetito che
le doveva sopravvivere. Mentre Renzo barattava
i saluti con la famiglia, Tonio scodellò
la polenta sulla tafferìa di faggio, che stava
apparecchiata a riceverla: e parve una piccola
luna, in un gran cerchio di vapori. Nondimeno
le donne dissero cortesemente a Renzo:
- volete restar servito? -, complimento che il
contadino di Lombardia, e chi sa di quant’altri
paesi! non lascia mai di fare a chi lo trovi
a mangiare, quand’anche questo fosse un
ricco epulone alzatosi allora da tavola, e lui
fosse all’ultimo boccone.
- Vi ringrazio, - rispose Renzo: - venivo solamente
per dire una parolina a Tonio; e, se vuoi,
Tonio, per non disturbar le tue donne, possiamo
andar a desinare all’osteria, e lì parleremo -.
La proposta fu per Tonio tanto più gradita,
quanto meno aspettata; e le donne, e anche i
bimbi (giacché, su questa materia, principian
presto a ragionare) non videro mal volentieri
che si sottraesse alla polenta un concorrente, e
il più formidabile. L’invitato non istette a domandar
altro, e andò con Renzo.

La smilza polenta taragna, insufficiente all’appetito di giovani e vecchi, che Tonio rimesta con il tarèl, strappa a Manzoni un moto di tenerezza.
E a lei concede un’immagine poetica, nitida come una puntasecca: una piccola luna, in un gran cerchio di vapori.
Se ne commuove anche Gonin, l‘illustratore dell’edizione del 1840, il quale dedica una vignetta alla scena famigliare, tra il gran camino e il tavolo della cucina: i tre bambini curiosi accanto al padre che rimesta, la madre, la moglie, il fratello già a tavola, e Renzo che si affaccia all’uscio togliendosi il cappello.
La luna di cui Manzoni fa dono alla piccola taragna, e a noi, è anche un omaggio a un’intera civiltà, alla sua umanità, alla sua integrità, al suo saper accordare le ragioni del quotidiano a un senso della vita e della storia che tutto comprende e trascende.
Icone perfette, il pane, la polenta e la luna sono come punti fermi, nei Promessi Sposi, segnano il lievitare della materia più umile nella luce dello spirito, come nella sonata beethoveniana.
È “il più bel chiaro di luna” che assiste divertito alla scena di don Abbondio che, assediato in casa, spalanca la finestra sulla piazza deserta e illuminata e si mette a gridare aiuto.
È ancora la luna che, quando fra’ Cristoforo socchiude la porta del suo convento per accogliere il terzetto dei fuggiaschi, entra per lo spiraglio e illumina la faccia pallida e la barba d’argento del padre ritto in aspettativa.
Nella celebre pagina dell’addio ai monti è sempre la luna a muovere appena il lago che giace “liscio e piano” con il suo “tremolare e l’ondeggiar leggiero”, come nel più sfrenatamente romantico dei quadri di Friedrich; a rischiarare paesi e villaggi, le casupole sovrastate dal palazzotto di don Rodrigo.
Quando l’alba accoglie Renzo che è riuscito a superare l’Adda, è ancora la luna a rasserenare il fuggiasco: “la luna, in un canto, pallida e senza raggio, pure spiccava nel campo immenso d’un bigio ceruleo, che, giù giù verso l’oriente, s’andava sfumando leggermente in un giallo roseo”.
Un nuovo, superbo taglio di luce investe un altro sapiente momento pittorico, la scena notturna dell’Innominato nel suo castello, cogitabondo (“Un qualche demonio ha costei dalla sua…”), braccia incrociate sul petto, lo sguardo immobile su una parte del pavimento “dove il raggio della luna, entrando da una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata più minutamente dai piccoli compartimenti delle vetriate”.
Tra Oriente e Occidente, tra migrazioni e incroci di voci diverse, tra guerra e pace, la luna di polenta taragna diventa uno di quei simboli in cui gli uomini d’ogni tempo possono riconoscere la loro storia e le loro certezze.



di Clara Castoldi

"formentin"
acquarello
"La luna, in un canto, pallida"
acquarello
Ritorna alla pagina precedente
Abriga.it nasce come portale della cultura, delle tradizioni, delle bellezze paesaggistiche del territorio di Aprica.
Nelle pagine si potrà trovare tutto ciò che ha attinenza con la nostra storia, ma anche con l'attualità.
Pagina creata in: 0.004 sec
Tutto il materiale in questo sito è © 2004-2020 di Abriga.it C.F. 92022100140 Informativa legale

All rights reserved