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Cos'è la cultura?

Facendo ordine nella mia libreria, ho trovato questo intervento da me scritto nell’agosto 1999 per il primo numero di “Spazi”, il notiziario dell’Associazione Ricreativa Culturale di Aprica.
M’è parso ancora fresco e, spero, di stimolante spunto di riflessione su cosa sia la cultura.
Lo propongo ad un’attenta lettura
.

Se fino a qualche tempo fa la cultura, l’essere eruditi era segno di appartenenza ad una certa classe sociale, oggi la cultura si è appiattita, è diventata dominio di tutti.
Ma se da una parte questo dato è confortante, perché ha attratto nella schiera dei ben pensanti molto proseliti, dall’altra ha livellato un concetto profondo, facendo diventare cultura anche un film come “Shakespeare in love” o tentando di scovare una morale anche nel più kitsch dei libri.
Ma lasciando perdere per un attimo i livelli di cultura, vorrei tracciare le linee essenziali del percorso dalla nascita del termine fino ad oggi.
E se a qualcuno potrà parere un discorso noioso o sterile, rispondo che se di cultura si vuole parlare, è necessario capire cosa voglia dire questa parola.
In base al vocabolario cultura significa:
1. l’insieme delle cognizioni intellettuali, relative ad una particolare disciplina o proprie di una categoria sociale, che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con personale e profondo ripensamento.
2. In sociologia, l’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale.
3. coltivazione, allevamento.

Ed è proprio da quest’ultima accezione, cultura come coltivazione, che partiamo e dalla quale scopriamo che l’odierno termine cultura non è così lontano dalla nostra realtà, quella montana in alcuni casi ancora legata all’agricoltura.
Più di 2000 anni fa, infatti, il termine cultura non esisteva ancora.
Esisteva, invece, agricoltura, una parola composta da ager (campo) e da cultura (coltivazione), che quindi alludeva all’azione del coltivare il campo.
Successivamente dalla sfera ambientale (che allora coincideva unicamente con quella lavorativa) con tanti piccoli passettini mentali e linguistici ci fu uno slittamento verso quella umana.
La coltivazione dei campi, atto materiale, è diventata la coltivazione delle menti, atto spirituale.
Pertanto se per cultura si intendeva, nel passato, il processo di apprendimento, l’azione in fieri, la raccolta nell’intelletto di una serie di informazioni, oggi, invece, la cultura è considerata un bagaglio, un processo già concluso.

Ma quando è nata precisamente l’accezione “cultura animi”, ovvero la cultura dell’animo? Nel 45 a.C. con le prime citazioni in Cicerone (“Nam ut agri non omnes frugiferi sunt qui coluntur… sic animi non omnes culti fructum ferunt” Cic. Tusc. Disp. II, 13.
“Infatti come non tutti i campi che vengono coltivati sono fruttiferi, così non tutti gli animi colti danno frutti”), dove comincia a intravedersi l’avvicinamento della sfera agricola a quella mentale.
In realtà i Latini dello stesso periodo e i Greci chiamavano rispettivamente humanitas e paideia l’odierna cultura, intesa come l’educazione dovuta a quelle “buone arti” (poesia, eloquenza, filosofia ecc.) che sono proprie soltanto dell’uomo e le differenziano da tutti gli altri animali (Aulo Gellio, Notti Attiche, XIII, 17).
La cultura in questo senso fu per i Greci la ricerca e la realizzazione che l’uomo fa di sé, cioè della vera natura umana.

Nel Medioevo le arte del Trivio (grammatica, retorica, dialettica) e del Quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) costituirono il preambolo e lo sfondo della cultura medievale, il cui fine fu però la preparazione dell’uomo ai suoi doveri religiosi e alla vita ultramondana.

Il Rinascimento, nel suo tentativo di riscoprire il significato genuino dell’ideale classico della cultura, intese riportarlo al suo carattere naturalistico: concepì la cultura come quella formazione che consente all’uomo di vivere nel modo migliore e più perfetto nel mondo che è suo.
La religione stessa, da questo punto di vista, è elemento integrante della cultura, non perché prepari ad un’altra vita (come nel Medioevo), ma perché insegna a vivere bene in questa.
Il Rinascimento mantenne tuttavia il carattere aristocratico della cultura: essa è sapienza e, come tale, riservata a pochi..

Il primo tentativo di eliminarlo fu fatto dall’Illuminismo, che cercò di estendere la critica razionale a tutti gli oggetti possibili d’investigazione e propose la massima diffusione della cultura stessa ritenendola, non già patrimonio dei dotti, ma strumento di rinnovamento sociale e individuale
Operazione che il Romanticismo, per il suo carattere reazionario e anti-liberale, cercò di ovviare
Nel frattempo, il dominio della cultura si stava allargando, andando a coincidere con un certo enciclopedismo, ovvero la conoscenza generale e sommaria di tutti i saperi
Concetto che ancora oggi permane nella cultura contemporanea, divisa fra la necessità di conciliare le esigenze della specializzazione (che sono inseparabili da uno sviluppo maturo delle attività culturali) e quelle di una formazione umana totale o almeno sufficientemente equilibrata.
In poche parole una cultura generale, aperta, tale che non chiuda l’uomo in un ambito circoscritto di idee e di credenze, viva e formativa, aperta all’avvenire, ancora al passato, fondata sulla possibilità di astrazioni operative e, infine, sulla capacità di effettuare scelte che consentano confronti e valutazioni complessive.


di Clara Castoldi

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