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Matedà. Poesie di Bruno Besta

L’immagine, fortemente visiva, che più colpisce e rende la caratura del personaggio, umile e grande insieme, è quella di un uomo - Bruno Besta, illustre tisiologo - che durante le serate conviviali offriva i suoi versi poetici come si può spartire il pane, il vino o una polenta taragna. Vincendo la sua abituale modestia, cavava di tasca qualche foglietto e leggeva le sue composizioni, dapprima timidamente, quasi non volesse approfittare della disponibilità degli amici, poi presto rinfrancato dall’apprezzamento dei presenti, tutt’altro che formale e di maniera. A cinquant’anni dalla pubblicazione a cura del Rotary Club di Sondrio del canzoniere di Bruno Besta (1905-1964), è stata stampata da poche settimane una nuova edizione dei componimenti del medico-poeta tellino. Un’edizione ampliata intitolata “Matedà” (Vel Editore Sondrio) con una sezione di inediti, fortemente curata da Carla Sacchi, nipote di Bruno Besta, curata insieme a Rosaria Pezzini e che ha trovato l’entusiastico sostegno del Rotary Club di Sondrio e, in particolare, di Monica Biglioli, la cui famiglia era legata a Besta da antica amicizia. «All’indomani della scomparsa il Rotary aveva pubblicato le poesie che Bruno leggeva nelle serate conviviali, poesie della condivisione, perché mentre i poeti sono generalmente narcisi ed egotisti, nei versi di Besta c’era un grande amore per il paese, per la sua gente, i costumi, i modi di dire, i lavori e i toponimi – spiega lo scrittore Ernesto Ferrero, marito di Carla Sacchi, che ha curato l’introduzione del canzoniere -. Dopo quella del Rotary, molti anni fa c’era stata una nuova edizione con commento di Mario Simonelli che pure era introvabile. Allora Carla ha pensato che fosse il momento giusto per rimetterla in circolazione insieme ad una sezione di poesie rimaste inedite. I testi sono stati ricontrollati sugli originali e arricchiti di nuove note esplicative, perché molti dei modi di dire e delle parole che, 50 anni fa, erano correnti e comprensibili oggi non lo sono più. Si tratta del primo e unico canzoniere dedicato a Teglio e ci è sembrato importante che una nuova edizione, equipaggiata come si deve, possa avvicinare queste poesie anche alle nuove generazioni. È importante che queste sappiano custodire e tramandare un patrimonio culturale che sta alla base della loro identità, specie in tempi in cui tutto si sta appiattendo al ribasso, nella palude di un mondo malamente globalizzato». Il canzoniere - dato interessante - è il primo e, al momento, unico dedicato a Teglio e, più in generale, a un centro della Valtellina. L’aspetto bizzarro è che Bruno Besta, clinico, tisiologo nella scia di Ausonio e Virginio Zubiani e Eugenio Morelli, ha iniziato a scrivere poesie a metà degli anni Cinquanta quando ha cominciato ad avere problemi cardiaci. Ciò gli ha fatto vedere le cose in modo diverso e probabilmente è nata lì l’esigenza di raccontare questo piccolo mondo antico. La sua poesia si configura come una vera banca della memoria perché, proprio nel momento in cui Besta avverte che il suo fisico sta cedendo, egli sente il bisogno di tramandare a chi verrà storie, personaggi, modi di vivere e di dire, linguaggi, usanze e costumi. E lo fa studiando e poi utilizzando amorevolmente il dialetto, nelle sue forti coloriture espressive. Nel saggio introduttivo Ernesto Ferrero restituisce Besta alla sua dignità di poeta a pieno titolo, e non solo d'occasione, che ha saputo utilizzare le potenzialità espressive del dialetto, tutt'altro che una lingua minore o primitiva. «Abbiamo voluto intitolare il volume “Matedà”, nella presunzione che il titolo non sarebbe dispiaciuto all'autore – dice Ferrero -. Matedà ovvero scherzi e divertimenti anche in senso musicale, piccole stramberie o allegre follie, quelle che si poteva permettere un illustre clinico che aveva la passione della poesia e la condivideva con chi gli stava vicino: in primo luogo la famiglia, gli amici e la comunità tellina. Per questo trascriveva accuratamente le sue poesie su un quaderno rosso, rilegato e chiuso da un piccolo lucchetto, come i diari degli adolescenti, e le accompagnava con note, osservazioni, fotografie di famigliari, di Teglio com’era. Gli premeva salvare dall’oblio un piccolo tesoro di usanze, costumi, tradizioni, parole, toponimi, perché in quelli si nasconde l’anima segreta e profonda del suo paese; e perché l’amore è fatto di dettagli». Per questo si può trovare nelle pagine del libro il lavoro dei contadini (la poltiglia “burdulesa” da applicare alle vite), antiche consuetudini come lo sciamare dei bambini sui prati di marzo per ciamà l’erba e invitarla a risvegliarsi dal letargo invernale. O, ancora, il ricordo leggendario delle “magàde” che vivevano sui “crap” e scendevano verso l’Adda per i riti della tregenda (viene da lì il toponimo Tresenda). Poesie per Teglio, dicevamo. Difatti il poeta guarda il suo paese non dall’alto o da lontano. Ci sta dentro, è uno dei suoi abitanti, non se ne sente superiore perché scrive poesie. Al contrario, «ha con loro una confidenza assoluta, una fraternità profonda, non paternalistica – scrive Ferrero nella sua introduzione -. Ne condivide le fatiche e i modi ruvidi e schietti, fa sua l’arguzia popolare, l’umorismo terragno di certi modi di dire, la capacità di fissare un carattere in un soprannome». Per Besta il passato non è qualcosa di archeologico, ma un patrimonio attivo da conservare e tramandare. Il ricorso al dialetto ha proprio questo senso: la salute dell’albero sta nella saldezza delle radici. Bruno Besta non si stanca di arricchire il suo erbario di fiori gentilmente emblematici: il “garofolin selvadegh”, il “colchico autunnale, fiù del frecc”; loda le dolcezze dell’amicizia e il conforto del buon vino, sia esso “bianch o ross, dulz o secch, o razzantin”. Fa risuonare filastrocche infantili della tradizione popolare (“Gri gri /vegn a la porta (che la tò mama l’è morta….”). Abbraccia cari amici (Carluccio Negri “ansioso di far nuova fatica”) o l’ombra dei genitori che va a trovare a San Martino “cun en mazzett de fiù de biancuspin” per avere il balsamo della “perduranza”. Andrea Zanzotto ha detto che i dialetti sono «carichi di echi che si perdono nelle più incredibili lontananze» e su questo lavora Besta. Nel suo saggio Ferrero regala ai lettori una digressione sull’uso del dialetto sul quale si interrogava anche Alessandro Manzoni, in particolare sull’impossibilità della parola dialettale di sollevarsi oltre l’ambito circoscritto da cui nasce. Il triestino Italo Svevo ne “La coscienza di Zeno” al contrario sosteneva: «Con ogni parola toscana noi mentiamo!», mentre Giovanni Pascoli denunciava l’indeterminatezza della lingua ufficiale, per cui tutti gli alberi sono faggi, i fiori rose o viole, gli uccelli usignoli. Accade esattamente il contrario nei dialetti dove si possono trovare anche dieci parole diverse per distinguere diverse qualità di fieno. Per non parlare della musicalità che il dialetto ha. Una musica speciale, inimitabile, forse la stessa che ha incantato Bruno Besta e lo ha spinto a farla sua per dare espressione artistica alla piena che gli urgeva dentro. Concludiamo proprio con una delle sue poesie di deliziosa tenerezza, “Pecà de amur” che fa così: «’Na sera de nuvèna, dopo gesa / lé la vegniva ‘n fö de sota l’arch: / visin al purtùn vecc del Praderesa / - quel che’i à tracc giõ quant ch’i à facc el parch - / e in sé ‘ncuntrat, che mì turnavi a cà: /e in se vardava al scür e pö mì alfin / - el piacàva ‘l rusùr l’uscürità - / m’ sò facc curagg e ò dicc: dam ‘n basìn ! / - Stasera no – Perché? – Se fa pecà! / n’ so cunfesada giüst che l’è ‘n mument; /en otra volta … forse anca dumà! / Oh gran pecà del prim basìn d’amur! / se sò stacc ladro cun il coeur cuntent, / speri che l’ me perduni anca el Signùr!».

di Clara Castoldi

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