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San Fedele di Poggiridenti

Un libro desiderato, auspicato e sognato: un libro monografico sulla chiesa parrocchiale di San Fedele di Poggiridenti. Non una piccola semplice guida turistica, ma un volume che raccogliesse il lavoro di esperti qualificati per restituire, attraverso un mosaico fatto di tessere preziose, la storia e l’anima della chiesa e della comunità, allargando lo sguardo al contesto della media Valtellina in cui sono collocate. Sono questi i presupposti che hanno spinto l’Associazione San Fedele, costituita per celebrare il quinto centenario della nascita della parrocchia, alla pubblicazione del voluminoso libro dal titolo “La chiesa di San Fedele in Pendolasco Poggiridenti”, in tutto 525 pagine, curato da Franca Prandi, con fotografie di Federico Pollini. Un lavoro, presentato sotto le festività come strenna fra le più gradite fra la popolazione e gli appassionati di arte e storia, che rappresenta il completamento più solenne e pregiato di un cammino iniziato nel 2010 quando il sodalizio ha dato inizio alle celebrazioni per i 500 anni del distacco dalla parrocchia di San Giorgio di Montagna in Valtellina e quindi della nascita della parrocchia di San Fedele. Una «separazione consensuale», come l’ha definita Prandi, non traumatica, che fu il frutto indolore di un accordo maturato fra le due parti e, sicuramente, pensato da lungo tempo, nel solco di quel processo di smembramento della pieve di Tresivio che, nel 1429, aveva visto la cura di Montagna acquisire per prima l’autonomia. Il volume raccoglie, in una pregiata veste tipografica curata dalla tipografia Bettini un marchio di qualità in provincia, l’esito di ricerche di studiosi di alto profilo. «I testi prodotti per l’occasione indagano la chiesa parrocchiale in modo approfondito e sistematico – scrive il consiglio direttivo dell’associazione nella presentazione -, e, pur senza pretesa di completezza, gettano luce su elementi curiosi e poco o per nulla conosciuti, aprendo al contempo nuove prospettive di ricerca proprio a partire dagli aspetti rimasti in ombra». La presidente dell’associazione Franca Prandi, da tempo attenta e appassionata studiosa della storia di Poggiridenti, suo paese natale, firma un lungo e denso racconto in cui ripercorre le vicende costruttive e decorative della chiesa e avanza riflessioni sugli usi devozionali e sul contesto sociale, attraverso un’ampia e dettagliata analisi dei documenti giunti fino ad oggi. Francesca Bormetti, storica dell’arte, guarda al San Fedele con sguardo più distaccato e allargato, si sofferma su alcuni momenti di svolta e indaga con rigore alcune emergenze artistiche. Il suo racconto è piano e comprensibile e, al contempo, ricco di stimoli e proposte di analisi comparative e interpretative di grande interesse scientifico. Simonetta Coppa, docente e storica dell’arte, esperta in pittura lombarda del Sei-Settecento, parla del pittore Giuseppe Prina e fornisce le chiavi di lettura per comprendere il valore della tela raffigurante il Martirio di santa Lucia, che oggi si può apprezzare in una veste più vicina a quella originaria, dopo il restauro fortemente voluto dall’associazione San Fedele e affidato alle mani esperte di Ornella Sterlocchi, sotto la supervisione di Cecilia Ghibaudi. Gian Luca Bovenzi, storico dell’arte di Torino specializzato nello studio dei tessuti, introduce, tra “sete e velluti”, nell’insospettato patrimonio di paramenti, che sono peraltro solo una piccola parte di quelli posseduti un tempo dalla parrocchia e che sono stati oggetto della mostra delle scorse settimane. Felice Rainoldi, sacerdote e a lungo docente di liturgia al seminario vescovile di Como, dona una lettura inedita della vita del santo patrono attraverso l’analisi degli stalli lignei del coro della parrocchiale, ciascuno dei quali illustra una tappa significativa della vita di Fedele, soldato romano, martire cristiano. Dell’appendice e apparati sugli anniversari di fondazione della parrocchia si sono occupati Mariangela Cederna e Felice Piasini. Il fotografo Federico Pollini immortala grandi campiture e dettagli, svelando aspetti, prospettive e particolari che forse sfuggono anche all’occhio di chi da sempre guarda per abitudine la propria chiesa. «Il lavoro di Franca Prandi, in particolare, non è solo una descrizione della chiesa parrocchiale di San Fedele e delle sue complesse vicende storiche – spiega Michele Prandi -. È anche un affresco variegato della comunità di Pendolasco nei secoli: della sua vita quotidiana fatta di lavoro e di fede, degli spostamenti di popolazione, degli stili di vita e delle abitudini sullo sfondo della storia della Valle e delle regioni collegate. Dal racconto emergono qua e là episodi e aneddoti gustosi e illuminanti, che aprono squarci vivaci sul modo di vivere e di pensare dei nostri avi. Il nucleo principale, comunque, è la ricostruzione storica». Un primo capitolo è dedicato al Duecento e al Trecento, epoca alla quale risalgono le prime attestazioni, prima incerte e poi sempre più sicure, della chiesa di San Fedele nei secoli in cui il suo futuro di chiesa parrocchiale è ancora lontano. «L’ipotesi suggestiva avanzata dall’autrice è che la fondazione della chiesa fosse collegata alla presenza di uno xenodochio – prosegue -. Incoraggia questa ipotesi la posizione dominante dell’edificio sulla valle, eccentrica rispetto ai nuclei abitati. È una posizione invidiabile, che la rende visibile anche da molto lontano e che apre alla vista il panorama forse più suggestivo della media Valle, con l’Adamello sempre innevato a chiudere lo sfondo alla successione di dossi e conoidi, vigneti e frutteti disseminati di campanili». A partire dal Quattrocento, a ogni secolo è dedicato un capitolo. Ogni capitolo è idealmente diviso in due parti. La prima ripercorre le vicende storiche che fanno da sfondo all’evoluzione dell’edificio sacro, secondo un modello a cerchi concentrici che mette a fuoco, a seconda del caso, la dimensione internazionale, la sfera regionale, che include Como, Milano, e poi i Grigioni, la Valtellina, e infine il paese, le sue quadre e le sue famiglie. La seconda segue passo dopo passo gli incessanti lavori di rifacimento e manutenzione che hanno portato la chiesa di San Fedele alla sua fisionomia attuale. Entrambi i percorsi, quello storico generale e quello dedicato alla chiesa, sono ricchi di dettagli inediti, frutto di una ricerca di prima mano su una massa impressionante di documenti d’archivio dispersi in varie sedi. «Nei secoli passati, la chiesa con tutti i suoi annessi non era solo la sede delle celebrazioni liturgiche – dichiara Prandi -. Era anche il punto di irradiazione di tutte le iniziative che andassero al di là della sfera personale e familiare verso una dimensione di comunità. Il suo valore simbolico nel costruire l’identità della comunità era tale che la popolazione era spinta a dare il meglio di sé quando si trattava di costruire, di restaurare o di migliorare gli edifici sacri. È questo il motivo per cui, anche nei periodi di maggiore difficoltà economica e segnati da vicende storiche aspre e ostili, come guerre, pestilenze e carestie, l’investimento della comunità nel suo patrimonio di arte sacra non è mai venuto meno. Anzi, si direbbe che proprio le difficoltà più aspre abbiano spinto verso un maggior impegno». Il caso paradigmatico di questa correlazione tra sofferenza e volontà di proiettarsi verso la costruzione di un futuro alto è il Seicento, il secolo nel quale la concentrazione di carestie, alluvioni, siccità e guerre raggiunge il suo apice. Proprio questo secolo ha lasciato in eredità la chiesa del Carmine e l’oratorio del Santissimo Crocifisso, ha visto un importante ampliamento della chiesa di San Fedele, oltre a tanti interventi meno impegnativi ma non trascurabili. La quantità e la qualità dei segni dell’attenzione della comunità per la sua chiesa sono rilevanti: come se la prospettiva di lasciare ai posteri un patrimonio d’arte e di fede di grande qualità fosse l’unico modo per alleviare le sofferenze e gli stenti di una vita davvero difficile.

di Clara Castoldi

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