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Carlo Donegani

Ingegnere rigoroso, sempre in viaggio, persona asciutta, tagliente e decisa. Tecnico di capacità organizzativa nel coordinare vari lavori contemporaneamente e, prima ancora, meticoloso e quasi “artista” nel redigere le tavole alla cui perfezione progettuale corrisponde la perfezione costruttiva.Il profilo di Carlo Donegani (1775-1845), che ha progettato una miriade di strade in provincia di Sondrio, rispetta perfettamente queste caratteristiche evidenziate alla mostra “Carlo Donegani. Una via da seguire. Strade e cultura della relazione” organizzata dal Centro documentazione Donegani del liceo scientifico e dal Collegio provinciale Geometri e Geometri laureati di Sondrio. Un’esposizione che ha fatto conoscere il fondo Donegani (102 tavole originali) acquisito nel ’98 dal liceo scientifico, quando allora preside era Oreste Muccio e che ora la direzione di Pietro Picceni insieme alla professoressa Maria Carla Fay sta promuovendo con diverse iniziative. «Noi siamo nani sulle spalle di giganti, scrive Umberto Eco ne “Il nome della rosa” – ha detto Picceni -. Se siamo arrivati oggi a raggiungere risultati sul piano tecnico, umano e culturale è grazie a chi ci è preceduto». E l’esempio di Donegani è quanto mai virtuoso dal punto di vista tecnico, professionale e umano. Il progetto Donegani fa leva su tre pilastri: ricerca, collaborazione e protagonisti. «La ricerca è quella che stiamo conducendo – ha spiegato Fay - con metodo, multidisciplinarietà e integrazione dei vari saperi, con la collaborazione di diverse competenze esperte ed anche con una finalità di orientamento per i giovani, grazie al connubio fra informazione e formazione». Interessante il sottotitolo della mostra “Strade e cultura della relazione” che vuole sottolineare come le strade, una volta servite ad usi militari, fossero anche e lo sono più che mai oggi strumenti di comunicazione di persone, merci, idee e – perché no – libertà. Cristina Pedrana, ex professoressa del liceo e parte del Centro documentazione, ha illustrato la figura di Donegani la cui famiglia di ingegneri era originaria di Moltrasio, vicino a Como, ma soprattutto l’enorme quantità di infrastrutture da lui realizzate nel giro di pochissimo tempo (in media ci volevano 4 o 5 anni per realizzare una strada e oggi ci vogliono decenni…). «Si ricorda l’incarico della prima strada, quella dello Spluga, che doveva essere una strada commerciale – ha spiegato Pedrana -. Il governo grigione, compresa la sua bravura, decise di affidargli in seguito anche il tratto da Spluga e Splugen, realizzato in quattro anni e concluso nel 1922. Poi il governo austriaco gli assegnò la continuazione della costruzione della strada dello Stelvio con il tratto Lecco-Colico. Da Colico c’era già, costruito da Napoleone, il tratto da Colico e Sondrio in due anni. Rimanevano da sistemare l’arteria da Sondrio a Tirano, da rettificare il tratto da Bormio e Tirano che era degradato». Ha effettuato l’inalveazione dell’Adda sotto Tirano, la strada Colico-Riva di Chiavenna, gli argini del Mallero, i rilievi della strada dell’Aprica (progettata dal figlio Giovanni), numerosi ponti come quello di Mazzo e di Le Prese, la strada da Bormio a Santa Caterina, quelle di San Marco e della Valmasino.Due elementi imprescindibili del lavoro dell’ingegnere sono stati l’intelligenza dei tracciati (la strada che conduce da Campodolcino a Madesimo, per esempio, è ancora oggi più sicura rispetto alla più agevole strada provinciale) e il senso fortissimo della natura e dell’ambiente, come ha spiegato Ornella Selvafolta del Politecnico di Milano. «Le strade della provincia di Sondrio si inseriscono in zone impervie, presuppongono una scienza agguerrita che, nella sua applicazione, costruisce opere concrete. La natura è considerata maestra di insegnamenti da Donegani». Fanno fede alcuni suoi disegni in cui l’opera tecnica è incorporata nella natura che, quasi quasi, viene valorizzata proprio dall’intervento dell’ingegnere. D’altra parte si ricorderà che Donegani «criticava la strada della Valtellina dal punto di vista dell’astrazione – ha aggiunto Selvafolta -, dicendo che erano state tracciate linee su chissà quale carta geografica. Fondamentali per lui erano l’esperienza del terreno e la fatica fisica». 

di Clara Castoldi

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