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Intervista a Maurizio Natali


C’è un sottile filo che attraversa le ambizioni di Natali e Pigoni che oggi, a maggior ragione, sono legati da un progetto comune: la scultura che questo pomeriggio verrà inaugurata a Ponte in Valtellina. Pigoni, che ha realizzato l’opera, ha commissionato a Natali la creazione di un cortometraggio che raccontasse il percorso della scultura, dalla nascita alla posa.

«Io e Daniele ci siamo conosciuti proprio per la passione dell’arrampicata – racconta Natali -.
Mi ha visto poi lavorare per il “Quadrato Magico” e ha scelto me per questo progetto perché voleva che il film non fosse soltanto un documento tecnico delle fasi di lavorazione dell’opera, ma anche un documento umano delle emozioni provate da chi ha gravitato attorno alla scultura, Daniele in primis, ma anche le persone che indirettamente o direttamente hanno voluto questo lavoro».

Come è stato organizzato ?

«La scultura ha previsto quasi un anno e mezzo di gestazione.
Il film analizza, in sequenza cronologica, la progressione della scultura.
Si è partiti da un blocco enorme di polistirolo da cui Daniele ha cominciato a scolpire la scultura, per rivestirla poi in cemento e realizzarne corpi antropomorfi.
A conclusione della parte nell’atelier si è dovuti portare la dima nella fonderia artistica.
Delicata, ma simpatica insieme, è nel film la fase del trasporto.
Seguono la realizzazione delle cere, la fusione, il nuovo trasporto a Ponte e la collocazione.
Nel cortometraggio che questa sera sarà presentato al cinema Vittoria manca l’inaugurazione che sarà, naturalmente, integrata in seguito».

Qual è stato il momento più difficile del suo lavoro di videomaker?

«Sicuramente quello di far uscire il pensiero di Daniele, perché è un personaggio schivo.
E’ stato difficile per lui rapportarsi con la telecamera e per me dare “anima” al puro resoconto elaborativo.
A piccoli passi sono riuscito a mettermi in parallelo con lui, agendo più che come regista come disinteressato curioso della sua arte.
L’intervista, di cui alcuni passi significativi compaiono nel corto, è stata quasi rubata, ma è una testimonianza sincera e autentica di Daniele».

Qual è la figura di Daniele Pigoni che esce dal film?

«Una persona forte della sua arte, non presuntuoso, ma sicuro.
L’unico dubbio che gli rimane è che la scultura trasmetta qualcosa, che sia un modo per far riflettere chi la osserverà e non solo un’opera collocata in una piazza.
Mi preme ricordare anche che, quando è nata l’idea di realizzare il film, Pigoni e la committenza desideravano avere un documento che potesse essere messo sul web e far vedere così, anche e soprattutto ai giovani, come si realizza una scultura.
C’è stato da subito un intento didattico che ha supportato il lavoro.
Il filmato che questa sera si vedrà a Ponte è solo la parte per così dire “poetica” del lavoro che, in seguito, sarà completato con inserti più prettamente didattici, in cui si spiegano nel dettaglio le fasi di lavorazione».

Seguire per un anno e mezzo un artista non deve essere stato semplice, cosa ha provato lei in questo percorso?

«Ho sentito chiara la consapevolezza che l’artista in generale è un naufrago.
Si butta da solo nell’oceano con i remi e rema finché non arriva al porto.
Nel momento in cui Daniele è partito con il lavoro, l’ho seguito per tutto il periodo di “gestazione” dell’opera.
Mutevoli sono stati anche i sentimenti provati dall’entusiasmo nell’affrontare un lavoro nuovo all’apprensione di riuscire a dare una testimonianza completa, godibile e interessante avendo da gestire ore e ore di riprese».

Anche lei è un naufrago allora.

«Sì, si ha sempre la paura di trovarsi in una distesa infinita, ma forse il timore più grande non è quello dell’attraversarla, ma di quello che ci aspetta alla fine, al porto. Forse sono anche io come Daniele e vorrei che il mio film dia qualcosa a chi lo guarderà».

E qual è il messaggio che lei vorrebbe fare arrivare allo spettatore?

«Mi piacerebbe che venisse percepito il lavoro impegnativo, sia mentale sia fisico, che sta alle spalle di una realizzazione di questo tipo.
Il messaggio estetico è affidato solo alla scultura, io mi limito a dare emozioni con il mio corto».

Cosa significa essere videomaker?

«Significa riuscire a far vedere quello che vedo con l’anima».

Dal 2004, quando ha iniziato le sue produzioni, ad oggi sono notevoli i progressi fatti. Qual è la sua ambizione ora?

«Vorrei continuare questa crescita lenta, ma profonda.
Non mi sono mai chiesto dove voglio arrivare, sicuramente più in là possibile, dove il “là” è una determinazione spaziale di qualità.
Il lavoro del videomaker non dipende solo da una qualità estetica, ma anche tecnica. Non mi mancano le idee, che spesso devono fare i conti con il tempo.
Non dimentichiamo che questo che parrebbe di fatto un lavoro, in realtà è un passione che occupa gran parte del mio tempo libero».

Il film di Pigoni è stato, dunque, una prova per lei?

«Decisamente sì, è stata una prova che mi ha impegnato molto a livello tempo di tempo e di risorse mentali. Realizzare un corto su un artista è un rischio, perché si deve essere almeno all’altezza dello stesso con il prodotto filmico.
A volte è facile riprendere e registrare immagini che sono per conto loro già stupende, più complicato – e qui sta la bravura del videomaker - cogliere l’attimo che vada oltre quelle.
Spero di esserci riuscito».


di Clara Castoldi

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