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La consapevole leggerezza della scultura

Se dovessimo definire con un aggettivo la scultura, tutto useremmo fuorché leggera. Invece la produzione scultorea di Regina Bracchi - scultrice futurista morta 39 anni fa e moglie del pittore tiranese Luigi Bracchi, di cui la biblioteca conserva un piccolo fondo – è leggera. Nel senso di materialmente leggera. Ne è convinto Paolo Sacchini (curatore della mostra sul Futurismo che la biblioteca civica Arcari di Tirano ha organizzato lo scorso anno a palazzo Foppoli), che ha dato alle stampe “La consapevole leggerezza della scultura”, la sua tesi di dottorato in Storia dell’Arte e dello Spettacolo all’Università degli Studi di Parma, in cui lo studioso ricostruisce la parabola creativa della scultrice pavese dagli esordi negli anni Venti fino alla conclusione della sua esperienza futurista alle soglie del secondo conflitto mondiale. «I lavori di Regina sono vibranti e delicatamente poetici, tali da testimoniare non solo una personalità di autrice spiccata e ben definita, ma anche e soprattutto una sensibilità istintiva e consapevole, spontanea e avvertita, che aveva saputo attraversare prima il Secondo Futurismo e poi il Movimento Arte Concreta senza perdere una sua coerenza di ispirazione e di ricerca – afferma Sacchini -. Regina contesta con la scelta della lamina di alluminio e di latta la scultura novecentista, senza con questo voler entrare in opposizione con la politica dell’epoca, e rifiuta l’idea di scultura come massa e volume. Anche negli anni Cinquanta, pur cambiando materiale e usando sostanzialmente il plexiglass,  continua con questa sua leggerezza». Nella ricerca condotta per tre anni, Sacchini ha lavorato su 2.600 disegni per lo più inediti, sul materiale offerto dalle collezioni e – soprattutto - sull’importante materiale della biblioteca di Tirano, ovvero i libri che Regina aveva in casa e guardava. Il Fondo Bracchi della biblioteca tiranese constava originariamente di circa 1080 volumi, variamente datati tra l’ultimo ventennio dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento (alcuni di essi, tuttavia, essendosi deteriorati, sono stati eliminati). Tra di essi, molti sono i volumi di letteratura (soprattutto romanzi e raccolte di poesie, ma anche testi teatrali), cui si affiancano inoltre alcuni testi di critica letteraria, un certo numero di volumi scientifici, di storia, di filosofia e di religione; soprattutto, però, come era del resto facilmente preventivabile date le professioni di Regina e di Bracchi, notevolissima è la dotazione di libri d’arte, pari a circa 660 volumi che spaziano dall’archeologia all’arte contemporanea, con una presenza particolarmente consistente di volumi sull’arte del Rinascimento e del Novecento.Dallo studio del fondo tiranese «emerge la figura di Regina come artista moderna, non naif o un’imitazione banale di altri – prosegue Sacchini -, ma un’artista consapevole». Una scoperta quasi come un segno del destino quella di Regina per Sacchini. Nel 2006, in occasione di una mostra allestita a Brescia, nelle sale di Palazzo Martinengo, con un centinaio di disegni provenienti dalla Civica Raccolta del Disegno di Salò56, venne proposto un primo elenco di artisti che sarebbero stati rappresentati, tra i quali appunto già compariva anche Regina. Il giorno dopo si tenne la discussione della tesi di laurea di Sacchini. A quel punto il neodottore restò ammaliato dalle opere di Regina e dalla loro modernità, tanto da volerle studiare per il dottorato. Questo volume, dunque, nasce dalla volontà di approfondire lo studio di una figura che è certamente da considerarsi “minore” rispetto ai grandi protagonisti dell’arte italiana ed europea del XX secolo, ma che pure «ha saputo interpretare – e sempre in maniera assai personale – idee e preoccupazioni che vanno molto al di là del ristretto orizzonte della sua vicenda individuale, e che al contrario consentono di collocarla a buon diritto in un milieu internazionale popolato da alcune delle più significative emergenze della scultura dell’intero Novecento».A questo punto la domanda è: Tirano – dopo l’interesse suscitato con la mostra sul Futuismo – potrebbe pensare di organizzare una mostra su Regina Bracchi? Gli elementi ci sarebbero, certo. Ma si richiederebbe uno sforzo economico non indifferente al Comune per sostenere i costi. Due sono le collezioni principali delle opere di Regina: ormai da decenni, ovvero dai tempi della scomparsa della scultrice (1974) e di suo marito (il pittore Luigi Bracchi, 1978), i due nuclei fondamentali dell’opera reginiana si trovano l’uno a Mede Lomellina, conservato dal locale Museo Regina (che raccoglie quanto Bracchi donò al comune natale della moglie), e l’altro a Milano, alla collezione e l’archivio di Zoe e Gaetano Fermani, grandi amici dell’artista e soprattutto preziosi custodi della sua opera e della sua memoria.Forse, con costi ragionevoli, si potrebbe pensare ad una mostra sulla formazione di Regina sfruttando il materiale tiranese e puntando su qualche prestito. Che sia un’idea da sviluppare? 

di Clara Castoldi

Regina Bracchi, Bambina, 1930-31, latta, cm 47x16x16 (Milano, Archivio Fermani) - FOTO ENRICO CATTANEO, MILANO
Regina Bracchi, Danzatrice, 1930-31, alluminio, cm 43x13x31 (Milano, Archivio Fermani) - FOTO PAOLO BORRELLI, MILANO
Regina Bracchi, Piccola Italiana, 1935, alluminio, cm 70x10x23,5 (Comune di Mede, Collezione Museale Regina) - FOTO ELISABETTA CRIVELLARI, MEDE
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