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Quando Tresenda era come New York

Erano gli anni in cui si faceva il sapone in casa, mettendo a bollire in una grande caldaia le ossa e gli scarti del maiale e aggiungendovi la corrosiva soda caustica, capace di ridurre il tutto in una densa poltiglia di un indefinibile colore giallo-nocciola.
Raffreddandosi, la poltiglia si solidificava e allora venire tagliata in grandi e irregolari cubi... che di schiuma non ne facevano e non avevano neppure un odore sopraffino. Erano gli anni in cui i panni si lavavano nell'Adda o nei fossi, facendo scivolare la bradèla (largo cuneo la cui punta veniva immersa nell'acqua) e le donne si inginocchiavano su di essa, in cui si tingevano gli indumenti quando avevano perso coloro immergendoli nell'acqua bollente della culdèra dove si versava una polverina magica che dava all'indumento un colore blu, nero o marrone. Il caffé lo si faceva nel pentolino, facendo bollire la polvere (spesso orzo) e aggiungendovi, prima di toglierlo dal fuoco, un cucchiaino di ulandés, una sostanza appiccicosa che dava all'intruglio sapore e colore. A quei tempi la fiera di San Michele a Tresenda incominciava quando un ometto grassoccio toglieva il telo che copriva il piccolo cassone della sua Ape. Era a quel punto che i bambini prendevano visione del tesoro: alcune pistole di celluloide, qualche cinturone da cow boy in finta pelle, qualche batteria di pentolini di latta. Poi le grosse more di morbida liquirizia, le pipe rosse di zucchero che la moglie dell'ometto serviva avvolte in un impalpabile foglietto di carta che pareva tulle.Piccole schegge, queste, di Tresenda mezzo secolo fa raccolte nel volumetto dall'ammiccante titolo “Quando Tresenda era come New York” scritto dal tresendino Pierluigi Zenoni (per la cronaca l'incasso della vendita sarà devoluto alle associazioni del paese) con la sua solita maestria e delicatezza. E’ solita dire la mamma di Pierluigi Zenoni: «Quan che me su spusada e so’ vignida a Tresènda ‘l me pareva de es vignida ‘n cità… gh’era propri tüt». Alla signora, che veniva da Carolo frazione di Ponte, trovare a Tresenda botteghe, macellai, ferrovia, poste, pareva di essere in una grande città… come New York. Da qui prende le mosse il titolo del libro che, seppure Zenoni definisca un divertissement, è una preziosa ricostruzione di 60 anni fa, a metà fra il serio e il faceto. Tresenda ci mette ambientazione e personaggi, ma la vita quotidiana era quella che si viveva in tutti i paesi della Valtellina e di fondo valle che si reggevano sulla civiltà contadina. La penna in mano ad un tresendino ha voluto che fosse raccontata una Valtellina povera, umile ma orgogliosa.I pontaschi chiamano Tresenda la “Tresenda”, dal latino transire, andare oltre l'Adda, oppure da “transienda”, oppure il luogo dove è collocato il passaggio sul fiume. Fabio Besta nella guida dal Cai fa derivare Tresenda dal dialetto “trasendel”, ovvero ponte di travi messo su un torrente. Altre ipotesi vogliono Tresenda derivante da storpiatura da “tregenda”, riunione di streghe. Sarà quel che sarà, ma Tresenda – e Zenoni lo riconosce – non è mai stato un bel paese, ma si sa “ogni scaffarone è bello a mamma soja”. «Non c'è una piazza vera con un monumento dedicato ad una persona importante, non c'è una chiesa antica. È un agglomerato di case disposto in fila ammassate l'una sull'altra in uno stretto corridoio fra montagna e Adda – dice -. Com'era la vita di paese? Il mezzo di trasporto interno era la bicicletta. I ragazzi che usavano la bicicletta da uomo, non potendo raggiungere i pedali, seduti sul sedile pedalavano sotto la canna facendo passare le corte gambe fra manubrio e sella. Si assisteva a bambini che pedalavano tutti storti, ma la bici avanzava dritta. Era una cosa da circo Orfei. Gli anziani acquistavano sicurezza dopo pochi metri, all'inizio zigzagavano con la gerla sulle spalle o la cavagna (cesto) infilato nel braccio. Parallelo alla strada passava il treno della Fav (Ferrovia alta valtellina) ma per via della caratteristica qualcuno traduceva: “Forse arriverete vivi” C'erano due macellai, veterinario, posta, guardia di Finanza, botteghe».
Nelle botteghe non si vendeva nulla di impacchettato, si vendeva sciolto e si comprava a peso, crusca, zucchero, pasta, tonno e sgombro; le porzioni venivano estratte da scatole di latta con una specie di pinza che lasciava sgocciolare l'olio. Nelle osterie prevalevano il vociare di chi giocava a carte e il litigio della coppia che perdeva il gioco fra il dolciastro fumo dei toscani. Oltre al vino che rappresentava la posta in gioco (frizzantin), si bevevano bibite, gazzusa e la spuma perché costavano poco, grappa, Braulio che allora aveva ancora incollato sul tappo un pezzo di “còcul” (il tutolo del mais). C'erano nei bar sia il Fernet che il Marsala, ma queste bottiglie erano presenti anche nelle povere credenze delle famiglie. Se eri un po' giù un bicchierino di marsala all'uovo ti tirava su, se avevi mal di stomaco il consiglio era “de bèf 'n gutìn de fernèt 'l te fa digerì.E poi c'erano gli antichi mestieri: per affilare forbici e coltelli passava ogni tanto la mulèta. Al grido di “l'è scià 'l mulèta” attraversava le vie del paese in bicicletta, in attesa in un cenno di richiamo. Quando gli si chiedevano i suoi servizi metteva su un cavalletto la ruota posteriore della bici in modo che la ruota girasse a vuoto, poi collegava la mola rotonda, che era posizionata sul manubrio, alla ruota dentata della bicicletta. Pedalando, la mola ruotava e il mulèta vi passava sopra, con perizia, la lama che doveva affilare. Qualche anno dopo anche il mulèta venne travolto dalla tecnologia; non arrivava più in paese in bicicletta, ma il sella ad una lambretta. «Un ambulante speciale era poi l'americàn, il gelataio del Toldo di Tirano – ricorda Zenoni , che raggiungeva Tresenda con il suo carrettino-triciclo color panna. Prima il triciclo era a pedonali e doveva essere una vera faticaccia percorrere quella mezza dozzina di chilometri per raggiungere il paese. Portava un carico di delizie ed allegria ed era un concentrato di allegria lui stesso: “Bambini piangete che la mamma vi compera il gelato!”, gridava a gran voce appena entrava in paese. Erano poche lire di vera prelibatezza. Lo chiamavano americàn perché alternava lo scherzoso invito ai bambini perché facessero i capricci con una curiosa minaccia: “E' l'ultimo gelato che vendo, dopo vado in America”. Incredibilmente in America ci è poi emigrato per davvero!». Verso la metà degli anni Cinquanta  i primi segnali della tv furono captati anche a Tresenda. Il primo luogo dove il segnale televisivo fu ricevuto nitidamente era la palazzina della centrale della Falck. Quando il capo-centrale di allora, il signor Ghislandi, riuscì a sintonizzare il televisore sulla programmazione tv, pensò bene di permettete a tutti gli abitanti della via Falck di godere del nuovo servizio. Questi furono i primo tresendini che videro alla tv Lascia o Raddoppia. «Il Gallo fu il primo ambiente pubblico di Tresenda che installò il televisore - prosegue nel suo racconto – e qualche volte la mamma per premio ti lasciava andare al Gallo a guardare la tv dei ragazzi. Ci si trovava lì, seduti sulle sedie che erano state preparate; davanti i piccoli, dietro i più grandicelli, ma tutti con gli occhi sgranati». Zenoni ricorda le processioni per le rogazioni, ci si alzava presto, si attraversava in processione la campagna perché le campagne fossero preservate dai flagelli della peste, della fame e della guerra. Si pregava il Padreterno che concedesse e facesse conservare i frutti della terra. «Quello che si pregava non era il Dio biblico degli eserciti, ma il Dio contadino dei valtellinesi – sempre Zenoni -. Si invocava Dio perché fare il contadino in montagna significava avere come strumenti solo le mani. Vorrei che la ricerca delle nostre radici servisse non per recintare il nostro terreno, ma per spingerci a conoscere e rispettare le radici degli altri. La nostalgia che nasce dal ricordo dei tempi che furono non deve impedirci di camminare guardando avanti e spronarci a scrivere le pagine successive del libro delle nostra comunità in cui dobbiamo sforzarci di lasciare, come dice Giovanni Bertacchi, il profumo buono del nostro fieno e della nostra correttezza di vita».


di Clara Castoldi

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