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Canto gregoriano e sacralità

Il canto gregoriano è una componente fondamentale della liturgia, proclama il testo sacro in maniera eccezionale. Nulla a che vedere con l’uso moderno del gregoriano che non esalta l’elemento sacro. Parte da questa premessa l’analisi che Daniele Torelli - laureato in musicologia alla Scuola di Paleografia e Filologia Musicale di Cremona dell’Università di Pavia, già docente alle università di Pavia-Cremona, Torino, Parma e, dal 2005, all’Università degli Studi di Milano prima di trasferirsi, nel 2009, alla Libera Università di Bolzano, dove è incaricato di due progetti di ricerca – propone sul canto gregoriano. Torelli racconta la storia del canto gregoriano e le ultime ricerche sfatando il mito per cui l’età felice del gregoriano sia stata soltanto quella del Medioevo. Come diceva Poliziano “recentiores non deteriores”, ovvero i recenti non sono da assumere necessariamente come i più corrotti. «Come nella musica classica, anche nel canto gregoriano ci sono generi e canti diversi – afferma Torelli -: La sua utilità si divide in due ambiti liturgici: la Messa e l’ufficio. La parte in musica dei testi proclamati nella Messa è evidente e prevede canti dell'ordinario (quelli che si ripetono fissi ad ogni festività) ed una parte variabile i cui testi e le melodie cambiano a seconda del momento dell'anno. Musicalmente il canto è sviluppato con grandi mielismi e l’incidenza dell'intonazione musicale a livello liturgico è molto elevata. Per quanto riguarda l'ufficio è difficile fare una sintesi, perché ha una varietà di strutture formidabili essendo l’articolazione della preghiera nelle ore del giorno e della notte. Il fulcro sui cui si basa il testo principe sono i 150 salmi. A seconda dei contesti, monastico o cattedrale, vengono cantati». L’età aurea di questa tradizione trova il suo culmine entro il XII secolo. Ma cosa c’era prima? «Come si può vedere in un codice della tradizione di san Gallo con scrittura carolina, sopra il testo liturgico ci sono dei segni, che sembrano formichine – dice Torelli illustrando alcuni esempi, anche con il canto -. Ebbene quelle sono notazioni musicali, ma senza rigo. Un suggerimento melodico c'era ma non si sapeva quanto la musica salisse o scendesse. Intorno all'XI secolo la tradizione è corale. Il repertorio si tramanda da cantore a cantore. Tutto a memoria. La notazione di questo periodo è un aiuto alla memoria, ma un manoscritto del genere non siamo in grado di restituirlo perfettamente». Poi c’è la graduale triplex, ovvero la notazione quadrata integrata dalla lezione di due codici importanti. Se in questa età dal punto di vista paleografico c'è un appiattimento sulla carolina, dal punto di vista neumatico la riduzione dei segni scrittori non si manifesta affatto. In ogni cattedrale si sviluppa un ambito scrittorio proprio. Con il nuovo millennio le cose cambiano. «Essendo il repertorio molto vasto si sente la necessità di un ausilio più efficace per supportare la memoria – ha proseguito -. Guido d'Arezzo, monaco camaldolese, ha due idee: dare un nome alle note e concepirle con intento didattico. Tant'è che sui nomi delle note costruisce una melodia, l’ordinamento dei suoni nell'ottava viene infinitamente facilito. La seconda idea: si inventa un sistema delle righe dove distribuisce ogni singola nota. Per il cantore è possibile riconoscere e riprodurre qualsiasi melodia. Questo fenomeno ha un’importanza radicale perché questo è il momento in cui la tradizione deve passare in un imbuto: da orale alla versione scritta. E per gli storici è difficile capire da dove viene quello che è stato scritto sul rigo». I secoli successivi al Mille sono un ulteriore ampliamento del repertorio grazie all'adozione di testi poetici. Si sviluppano fenomeni per cui si prende il testo esistente e lo si arricchisce con testi o melodie nuovi. «Sono 20 anni che una buona fetta della musicologia sta cercando di allargare il panorama e esaminare quello che succede dopo il XII secolo – sempre il paleografo -. Dopo questo secolo nascono gli ordini religiosi, come i cluniacensi e i cistercensi che con il canto hanno avuto un rapporto interessante in senso ascetico. I cistercensi intervengono sulle melodie con le forbici tagliando e trasformando in testi asciutti». Da una recente ricerca che Torelli ha fatto in un archivio domenicano a Santa Maria Novella a Firenze si scopre che ciò che importava era la predicazione, ma il canto doveva essere preciso. Per cui le melodie vengono abbreviate, i libri liturgici vengono fatti copiare sulla base di un exemplar ed, infine, venivano fatti girare dei “bigini” da viaggio. La dimensione di libertà irrefrenabile è un’altra novità. L’abitudine del cantore viene prima rispetto ad una situazione rigida in cui tutti i manoscritti devono essere copiati virgoletta per virgoletta. La fissità del repertorio è fluido e aperto alla ricezione delle novità. Un salto ad oggi: come fare per poter sentire il canto gregoriano? E’ la domanda venuta dal pubblico di Tirano. «Le nostre nonne avevamo i messali in italiano-latino – ha risposto lo studioso -. Per poter sentire il canto gregoriano forse oggi si potrebbe tornare a questo, almeno in alcune Messe come quella di Natale. Gli spazi ci sono, ma ci vogliono personalità in più».

di Clara Castoldi

Una miniatura che raffigura uno spartito
Copia di uno spartito dell'epoca
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