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Giuliano Collina e "La pittura come contenitore"

Nel 1968 l’ha realizzata con carboncino, pastello e tempera, mentre nel 1969 “La poltrona verde” diventa smalto su tela sagomata. Una comoda ed avvolgente poltrona verde (bosco) che da pittura si trasforma in opera tridimensionale con il bracciolo tondeggiante che “esce” dal quadro e conquista lo spazio toccando quasi il visitatore e invitandolo – chissà anche – a sedersi.
Ci sono due valigie dal titolo “Aperta” e “Vuota”, entrambe del 1966. Curiose. Quella aperta è foderata al suo interno con un collage di ritagli di giornale, è vuota ma aperta alla comunicazione e al mondo. Quella vuota è per metà bianca e per metà nera, pura nella sua semplicità.
“Paesaggio in scatola” è eccezionale e, nella sua posizione all’ingresso del museo, colpisce il visitatore. Quante volte, davanti ad un paesaggio, ci sarebbe piaciuto metterlo in una scatola (a parte quella della memoria) e portarcelo a casa?
C’è poi “Alessandro Volta contempla la città di Como dopo un temporale” del 1973. C’è tutto quello che un comasco vede come identificativo della sua città (curioso l’angolino dello stadio) e Volta, appoggiato al bastone, ne sembra il re.
“La pittura come contenitore” è il titolo della mostra che la fondazione Gruppo Credito Valtellinese dona, come regalo estivo quanto mai gradito, alla provincia di Sondrio. Nelle due sale della galleria del Credito Valtellinese e di palazzo Sassi de’ Lavizzari (MVSA) fino al 7 settembre Roberto Borghi, curatore della mostra, propone le opere del pittore comasco Giuliano Collina, realizzate fra il ’62 e il ’77. Un periodo chiave, quello dell’arte pop che Renato Guttuso salutò come «la prima vera rivoluzione dopo Cézanne… una benefica malattia dell’arte, una crisi salutare, la fine probabile della parabola dell’astratto, il ritorno alla realtà e alle cose concrete». Guttuso intuiva che l’arte del Novecento aveva ufficialmente voltato pagina e che stava per tornare il filone figurativo. La pop poteva essere considerata un nuovo tipo di arte figurativa per di più capace di operare un rivolgimento nel concetto di arte popolare. Popolare, appunto. Ma cosa voleva dire popolare? Borghi, nell’introduzione al catalogo chiara ed efficace, ricorda tre accezioni di arte popolare: nata dal popolo con i suoi caratteri ingenui, magico-apotropaici, oppure prodotta per il popolo o, infine, in cui il popolo possa riconoscersi. «Se riferite a Collina queste varianti di senso – dice il curatore – possono essere considerate tutte pertinenti, ma solo la prima davvero appropriata… Collina sentiva il forte bisogno di chiudere con l’informale, di farla finita con l’autoreferenzialità e con lo psicologismo viscerale impliciti alla tendenza che aveva dominato negli anni Cinquanta. L’arte pop forniva al nostro artista un’indicazione preziosa: gli suggeriva che la pittura – la pienezza della pittura – potesse sgorgare non direttamente dalla vita, ma da una sua precedente rappresentazione». Pur praticando un’arte con presupposti colti, Collina svoltò in un’altra direzione: nei quadri quasi a essere citata, e magari mescolata con sottili rimandi a capolavori del passato, è la vita stessa. E’ quanto il visitatore può apprezzare nella mostra sondriese dove sembra di sbirciare nella quotidianità del pittore nelle due opere “Autoritratto in soggiorno” e “Domenica mattina” dove dal lucido dello smalto emergono le abitudini di Collina o quelle che lui immagina: l’immancabile pacchetto di sigarette, le camicie, una tazza di caffè, il giornale, il telefono, una figura femminile che si allaccia (o slaccia) il reggiseno alla domenica mattina. Nel soggiorno i titoli dei giornali riportano tutti il suo nome: Giuliano Collina.
La pittura come contenitore, titolo dell’esposizione valtellinese, si esplica in valigie, camicie, cornucopie oggetti “contenitori”. Ma forse, anche mani e bocche (d’impatto “La bocca” del ’65 nella seconda sala della Galleria Creval) hanno anch’esse, come suggerisce il curatore, il compito per lo meno iniziale di accogliere, includere, contenere. Dal ’77 le modalità di racconto cambiano, anche se l’iconografia dei contenitori si riaffaccia in qualche modo negli anni Ottanta con i primi dipinti delle tovaglie: cos’altro è, infatti, una tovaglia se non un contenitore piano, senza bordi, oltre che lo sfondo di un rito quotidiano? La tovaglia stesa o appesa nella corte di palazzo Sassi ce lo ricorda.
La mostra è aperta da  martedì a venerdì 9-12 e 15-18, mentre il sabato è aperta alla mattina (9-12) alla Galleria e al pomeriggio (15-18) al museo. Chiuso domenica e lunedì. Ingresso libero.



di Clara Castoldi

Aperta
Autoritratto in soggiorno
Paesaggio in scatola
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