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Intervista a Daniele Pigoni

Chiacchierare con Daniele Pigoni – pittore e scultore di Sondrio - è molto rilassante. E’ un artista pacato.
Con tante idee per la testa da realizzare, ma non si fa prendere dalla fretta, sembra che assapori con gusto ogni momento della vita, sa di dover camminare passo per passo per raggiungere gli obiettivi.
Uno di questi è stato l’apertura, nel mese di aprile, del suo nuovo atelier a Caiolo, uno spazio molto ampio con tante finestre.
Opere dovunque e una parte creativa, dove Daniele immagina, crea, lavora.
I quadri bassorilievi sono appesi alle pareti e possono ora respirare, dopo che per mesi sono stati costretti in spazi angusti rispetto all’ampia struttura assolata di Caiolo.
E Daniele – maturità scientifica, studi di Geologia, arrampicatore con un passato da restauratore - è re qui dentro.

«Se ripenso ad ogni momento della mia vita - racconta -, ad esempio quando gestivo la palestra di giorno e di notte restauravo, quando lavoravo di giorno e di notte dipingevo, vedo un filo continuo, un avvicinarmi a quello che avrei voluto e che ora faccio».

Finora ti abbiamo conosciuto pittore, ma ora ti stai dedicando alla scultura?

«Ho sempre sentito la necessità di plasmare la materia.
Si è trattato, dunque, di riconoscere questa esigenza – risponde -.
Di quadri piatti ne ho fatti pochi, all’inizio, poi sono stati bassorilievi.
L’impulso che mi spinge non è quello di dare un senso grezzo e materico all’opera. Credo che le sculture di sospensione e le forme siano evolute e abbiano acquisito un volume.
Per me non c’è suddivisione netta fra pittura e scultura.
Non è che sto facendo ora lo scultore, sto lavorando a “forte rilievo”, sto provando altre tecniche.
E in mente ce ne sono molte altre: la pittura ad olio più spessa o l’utilizzo delle carte.
Uso quello che ho a disposizione, coerentemente con l’idea che devo concretizzare».

Pare dai tuoi racconti e dalle opere che il filo conduttore sia l’Oriente, perché?

«Apparentemente è l’Oriente, che mi serve come meccanismo di sgancio.
Il rito di lasciare il posto dove sono cresciuto, lasciare gli affetti, prendere l’aereo e partire serve alla mia mente per aprirsi, per rielaborare.
Diversamente il mio inconscio è cementificato.
Questa sequenza permette alle idee di salire a galla, non so come, ma avviene così. Quando sono stato in India, dopo i primi quadri di studio, ho cominciato ad analizzare il modo in cui le persone interagivano fra di loro e formavano delle strutture.
Una cosa che avrei potuto applicare anche qua, ma non sarebbe stato visibile».

Cos’altro hai eredito da quei posti?

«L’uso del cemento per le sculture.
Dopo essere stato in alcuni quartieri di Delhi, l’elemento che mi ricordava alcune situazioni umane era questo materiale polveroso, che può essere stratificato.
Il gesso è già troppo pulito.
Nel cemento mescolo anche del fil di ferro.
Mi piace l’idea del materiale di recupero e mi piace il ferro che ha un senso come componente del sangue. Inoltre mescolo pezzettini di iuta.
In India quotidianamente gli uomini spostano balle piene di materiale.
Mi è venuto in mente il tenere sulle spalle questo tessuto grezzo pungente, che alla sera serve per coprirsi dal freddo.
E poi mi piace anche lavorare il cemento nel momento in cui non è né duro né molle e lo puoi modellare come desideri».

Quando lavori ad una scultura parti già con un’idea precisa che porti fino in fondo?

«Generalmente sì.
Nel caso della scultura per il Comune di Ponte non desidero fare una struttura già chiusa, precisa.
C’è molta più energia in quello che fai se lo affronti per la prima volta».

Cosa significa essere artista di professione?

«Beh, per me l’arte è professione da qualche anno, ma dal punto di vista psicologico lo è da molto di più.
Con l’apertura dell’atelier ora ho anche uno spazio tutto mio dove lavorare, incontrare persone, promuovere scambi.
Essere artista di professione può essere facile come difficile.
C’è stato un periodo nella mia carriera in cui avevo ansia creativa, temevo di non trovare elementi diversi e caratterizzanti.
Adesso ho il problema opposto, ho tante idee, con la testa sono avanti trenta quadri, mentre sto ancora realizzando quelli precedenti».

Cosa cambia l’uno dall’altro?

«Quando elaboro un quadro non è che il precedente sia sorpassato.
Non c’è un’evoluzione nel senso di un prodotto più alto, ma un modo diverso di farlo.
C’è evoluzione personale, ma c’è sempre la stessa intensità.
Importante, invece, non cercare scorciatoie per vendere, mantenere la tua predisposizione e coerenza.
Infatti vendo pochissimo …»

A cosa stai lavorando ultimamente?

«Sto realizzando quadri in cemento, in cui ci sono particolari che dicono tutto dell’opera e che aggiungo alla fine della base mentale.
Ho bisogno di guardare quello che ho fatto e capire cosa manca.
I piccoli simboli inquadrano la situazione.
Sono quadri meno estetici, meno gradevoli rispetto a quelli del passato caratterizzati da lamine d’ottone per esempio.
In questi utilizzo materiale più povero, che dà meno calore rispetto ai fiori di loto che erano belli.
Queste opere sono più approfondite, scavate profondamente, viscerali.
Ce n’è una con due templi giainisti, in cui ho utilizzato volutamente la forma concava che accoglie, perché mi sono sentito accolto quando in Oriente sono entrato in uno di questi templi».

Di nuovo l’Oriente …

«E’ un’umanità cui mi sento di appartenere.
C’è molta energia lì.
A Varanasi, per esempio, vedevo nello stesso tempo un bambino giocare, una gamba bruciare, un vecchietto che andava a sedersi sulla sponda del fiume ad attendere la morte.
Si vede tutto come è, non ci sono sovrastrutture come da noi.
Qui, invece, è tutto accelerato e nascosto. L’Oriente, oltre ad essere posto gradevole per il clima e il cibo, facilita molto il mio compito di artista».

Dai un nome ai tuoi quadri?

«Generalmente no, lo faccio solo quando me lo chiedono e rappresenta uno sforzo per me.
Nella mente c’è un’idea, ma non necessariamente devo esplicitarla subito.
Anche nel caso del messaggio che essa comunica a chi la guarda, quando faccio un’opera non mi interessa che la stessa sia subito compresa. Certo se qualcuno avanza osservazioni che ritengo superficiali, questa cosa mi irrita un pochino.
Ma ciò che realizzo, lo faccio a prescindere.

Ti senti artista realizzato?

«Sono contento di essere artista e di quello che sto facendo.
Sono una persona che si realizza grazie al proprio lavoro. Sono presente a me stesso mentre dipingo.
Dal punto di vista del successo, te lo dirò fra un paio di anni.
Adesso faccio ancora un po’ fatica a pagare la bolletta.
Vorrei avere tempo e disponibilità per fare materiali nuovi, viaggiare, conoscere persone, ma per ora sono limitato perché sono agli inizi».


di Clara Castoldi

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